Indigeni discriminati ed eliminati in Canada

Nelle ultime settimane in Canada sono state scoperte centinaia di tombe anonime in diverse fosse comuni ritrovate nei pressi di tre ex collegi per indigeni, quelli che in inglese vengono chiamati Indian Residential School, molto diffusi tra XIX e XX sec. Furono gestiti prima dalla Chiesa cattolica, poi dallo Stato dei coloni, che misero in atto un’assimilazione forzata e violenta della cultura autoctona, di cui proprio i collegi furono uno dei principali strumenti.

Le iniziative con cui il governo canadese ha riconosciuto il “genocidio culturale” subìto dai popoli indigeni sono state molte, e le prime scuse pubbliche rivolte ai sopravvissuti dei collegi arrivarono nel 2008, quando era primo ministro il conservatore Stephen Harper.

Negli anni successivi venne costituita la “Commissione per la verità e la riconciliazione”, che pubblicò nel 2015, dopo 6 anni, un rapporto esteso sulla questione dei collegi, raccogliendo le testimonianze di 6.750 persone.

I popoli indigeni abitano il territorio canadese da migliaia di anni prima che venisse colonizzato dagli europei. Generalmente vengono distinti in tre grandi gruppi: le Prime Nazioni, gli Inuit e i Métis (“meticci”), molto diversi tra loro. Le tribù delle Prime Nazioni sono storicamente stabilite nella parte più meridionale del territorio canadese, a sud della cosiddetta linea degli alberi (quella al di sopra della quale non ci sono le condizioni climatiche perché gli alberi crescano); gli Inuit abitano invece la regione artica; i Métis abitano la parte più occidentale del Canada e hanno una discendenza mista tra europei e indigeni.

I primi contatti con queste tribù avvennero da parte dei popoli scandinavi nell’XI sec. Ma gli insediamenti coloniali più commerciali cominciarono a partire dal XVI sec., quando sempre più pescatori europei vennero attirati dai pescosi mari al largo della costa canadese. Il bene più cercato e prezioso per gli europei erano però le pellicce.

Nel XVII sec. la competizione tra le monarchie europee nel nuovo continente aumentò, sicché s’ingrandirono le colonie in Nord-America. Ben presto il Canada divenne presidio dei francesi, che cominciarono a stabilirsi in quelle che oggi sono le Province marittime, sulla costa orientale. Ma vi furono anche avamposti territoriali inglesi a ovest.

Gli indigeni trovavano utili le merci che ricevevano in cambio delle pellicce: principalmente armi da fuoco e lavorati in acciaio. Tuttavia gli interessi economici in ballo portarono spesso anche a scontri armati con gli europei e a rivalità tra inglesi e francesi, che si contendevano il vasto territorio canadese.

Dopo lunghe battaglie – in cui gli indigeni furono coinvolti per sostenere militarmente gli schieramenti in campo – gli inglesi ebbero la meglio e la Francia dovette rinunciare alle sue pretese territoriali. Nel 1763 la monarchia britannica fece un proclama reale con cui stabiliva le regole e i confini dei rapporti tra le colonie inglesi e le Prime Nazioni. In sostanza, i territori in prossimità della costa orientale erano da considerarsi di competenza inglese. Gli indigeni che avevano aiutato gli inglesi si dovettero accontentare di alcuni territori a occidente.

Le cose cominciarono a cambiare a causa dei nuovi coloni che arrivavano dagli Stati Uniti, che, divenuti indipendenti dal Regno Unito, pretendevano sempre nuove terre. Furono soprattutto gli indigeni a rimetterci: infatti finirono dentro piccole riserve inadatte al loro stile di vita. Le acquisizioni andarono avanti fino alla metà del XIX sec.

Gli stessi inglesi non sopportavano più gli indigeni, poiché li vedevano come un ostacolo alla loro espansione. Sicché cominciò ad affermarsi l’idea che gli indigeni fossero bisognosi d’essere “civilizzati” secondo lo stile di vita europeo. Di qui il Gradual Civilization Act del 1857, che offriva denaro e terreni per gli indigeni a patto che accettassero di alfabetizzarsi e di cambiare vita.

La legge più rilevante fu l’Indian Act del 1876, voluta dal dominio federale del Canada formatosi nove anni prima. Fino al 1927 questa legge allargò sempre più il campo in cui l’autorità canadese poteva intervenire, per forzare le Prime Nazioni ad abbandonare i loro usi e costumi. Si arrivò persino a sostenere che ogni maschio indigeno che avesse superato i 21 anni e che parlasse e scrivesse inglese e che avesse negato le proprie origini etniche (persino il proprio nome), poteva entrare a far parte pienamente della comunità britannica, ottenendo cittadinanza e diritto di voto.

Un ruolo rilevante nell’assimilazione culturale degli indigeni l’ebbero le Indian Residential School, collegi religiosi che cominciarono a diffondersi a fine ‘800. Alcune rimasero aperte fino a poco più di 20 anni fa. Arrivarono a costituire una rete di 132 istituti, dove i bambini venivano tenuti in condizioni igieniche spesso al limite della sopravvivenza, costretti a non parlare la loro lingua e a rimanere a migliaia di chilometri dalle proprie famiglie, spesso prelevati con la forza dalle loro case. Dovevano convertirsi al cristianesimo e molti di loro venivano picchiati e subivano violenze fisiche e psicologiche. Migliaia di loro morirono per malattie, malnutrizione, negligenze o suicidio: molti nel tentativo di fuggire.

Di EG

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