Perché nelle carceri italiane si può anche torturare?

Guardando quel che è successo nel Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), dove parecchi agenti della polizia carceraria hanno malmenato pesantemente 292 detenuti, vien spontaneo porsi una domanda: chi sta in carcere ha diritto a protestare? Se sì, fino a che punto? Deve farlo a titolo individuale o può farlo in maniera collettiva? E può avvalersi di mezzi comunicativi al di fuori del carcere?

Secondo la destra becera di Salvini e Meloni i carcerati, in genere, non hanno alcun diritto, per cui era inevitabile esprimere immediata solidarietà ai secondini, prima ancora di sapere com’erano andati i fatti.

I suddetti carcerati, durante un’unica giornata, avevano semplicemente protestato a causa della mancanza di protezione rispetto al Covid. Il pestaggio è avvenuto il giorno dopo, quando la protesta era già rientrata.

Peraltro tutta la catena gerarchica, che va dal direttore del carcere fino al ministro, era perfettamente in grado di sapere cos’era successo il 6 aprile 2020, ma nessuno ha mai voluto avviare un’inchiesta. Persino quando il quotidiano “Domani” aveva dato ampio risalto ai fatti, e denunciato in modo circostanziato gli orrori di quella “mattanza”, nessuno dei grandi mezzi d’informazione aveva ripreso l’inchiesta giornalistica.

Dunque che sta succedendo? Ora si parla del caso di Santa Maria Capua Vetere, ma al momento vi sono altre 16 inchieste in corso che riguardano pestaggi di massa in altrettante carceri. Qualcuno, tra i picchiatori, si è vantato anche del “sistema Poggioreale”, una sorta di cliché operativo che consisterebbe in plurime e gratuite percosse e lesioni da parte di un numero elevato di agenti di polizia penitenziaria.

I sindacati degli agenti sostengono che la tortura viene “compresa” come prassi quotidiana o al massimo come sottoprodotto del sovraffollamento e della carenza di organico, e si lamentano che la magistratura è più preoccupata a tutelare i diritti dei detenuti che non quelli degli operatori penitenziari (che amano autorappresentarsi come “vittime sacrificali”).

L’ufficio inquirente guidato da Maria Antonietta Troncone aveva chiesto misure cautelari per 99 indagati, ma il giudice, malgrado abbia riconosciuto la gravità indiziaria per 62 soggetti, ha ritenuto opportuno emettere solo 52 misure cautelari sulla base della sussistenza del pericolo di reiterazione del reato (sono quasi tutti in servizio).

Nell’inchiesta, complessivamente, sono oltre 110 le persone indagate. Gli arresti riguardano quasi esclusivamente agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere: quella sera intervennero ben 283 poliziotti, un centinaio provenienti da Napoli Secondigliano, altri da un carcere dell’Avellinese. Di quelli provenienti da strutture penitenziarie diverse da quella casertana solo due sono stati riconosciuti dai detenuti.

La prassi quotidiana vuole che il detenuto picchiato non denunci quasi mai, perché terrorizzato di subire anche di peggio. Perché lo faccia, occorrerebbe un processo per direttissima dei colpevoli. Cosa più facile a dirsi che a farsi. È vero che le indagini sono approdate a 8 arresti in carcere, 18 arresti ai domiciliari, 3 obblighi di dimora e 23 interdizioni dall’esercizio del pubblico ufficio. Tra le persone coinvolte dai provvedimenti vi sono alcuni dirigenti e il provveditore delle carceri della Campania (non dimentichiamo che un detenuto in isolamento si è suicidato).

Ma abbiamo già visto cosa è accaduto ai torturatori di Bolzaneto: i pochissimi che si opposero o ruppero l’omertà, la carriera se la sono sognata.

Di EG

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