Angelo Del Boca e il colonialismo italiano

Angelo Del Boca, morto a 96 anni, a Torino, il 6 luglio scorso, merita d’essere ricordato non solo perché è stato un partigiano e un giornalista competente, ma soprattutto perché è stato il primo e più importante storico del colonialismo italiano.

È stato lui a smontare, attraverso numerose pubblicazioni, il falso mito degli “italiani brava gente”, andati in Africa per costruire strade e scuole, con cui abbiamo coperto tante infamie.

Fu lui a documentare in modo inoppugnabile i crimini, le stragi e il tentativo di genocidio compiuto dall’esercito italiano in Libia e in Africa orientale, dove Mussolini “pensava perfino di ricorrere alla guerra batteriologica in Etiopia, anche se sapeva perfettamente che nessuno al mondo l’aveva praticata”.

Del Boca trovò i telegrammi con cui Mussolini autorizzava i comandanti militari Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio a usare contro gli etiopi le armi chimiche, proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925. Denunciò anche i bombardamenti italiani sui centri abitati, le fucilazioni di massa, la strage di civili nella capitale Addis Abeba a seguito della rappresaglia scatenata dagli italiani dopo l’attentato al generale Rodolfo Graziani, il massacro di monaci copti nella città-convento di Debra Libanòs nel 1937, l’apertura di campi di concentramento per l’internamento di guerriglieri e personalità nemiche e il ricorso alle deportazioni di massa di migliaia di civili, come p.es. avvenne con le popolazioni della Cirenaica.

Un’immagine, questa, molto lontana da quel “colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all’azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene”, descritto da quel fascista di Indro Montanelli sul “Corriere della Sera”, che poi si scusò pubblicamente con lui nel 1996, quando l’allora ministro della Difesa, il generale Domenico Corcione, dovette ammettere l’uso di armi chimiche.

Per le sue denunce Del Boca è stato per anni contestato dalla stampa conservatrice e dalle associazioni di reduci e di profughi italiani dall’Africa, che nel 1982 lo volevano addirittura portare in tribunale a causa dei suoi scritti e l’avevano quasi minacciato di morte.

Non dimentichiamo che ancora oggi, quando si parla di colonialismo italiano (si pensi anche alle foibe) l’immaginario collettivo, creato dalla destra nazionale, vede solo il “bene” compiuto dagli italiani a popolazioni giudicate arretrate.

Prese in esame anche la soppressione del brigantaggio meridionale da parte dei Savoia, le violenze del contingente italiano presente in Cina durante la rivolta dei Boxer nel 1899, la guerra d’occupazione nei Balcani (1940-41) e il collaborazionismo della Repubblica Sociale Italiana nelle deportazioni naziste.

Per i 60 anni in cui durò il suo Impero in Albania, Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, l’Italia mantenne un dominio assoluto e spesso spietato su 12 milioni di persone, sottoposte all’arbitrio dei nostri governatori, che favorirono in tutti i modi i 200 mila civili italiani che si trasferirono nelle colonie.

Del Boca non si iscrisse mai al PC perché non condivideva, come tanti altri ex partigiani, il decreto sull’amnistia voluto da Togliatti, allora ministro di Grazia e Giustizia. D’altra parte nel dopoguerra la Democrazia Cristiana e i suoi alleati chiesero con insistenza agli Alleati la restituzione di almeno una parte delle nostre colonie, ma Francia e Regno Unito, che di colonialismo se ne intendevano, si opposero. Come d’altra parte tutti i governi italiani si opposero alla richiesta degli etiopi di processare i responsabili dei crimini di guerra. La stessa sinistra preferì non fare una battaglia su questo tema, temendo un rigurgito nazionalista.

Nel 2014 l’Università di Addis Abeba conferì a Del Boca una laurea onorifica in Storia africana, rendendolo il primo europeo a ottenere tale riconoscimento in Etiopia dopo la II guerra mondiale.

Di EG

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