Il Camerun del corrotto Paul Biya

Il sito di “Africa ExPress” scrive che Paul Biya, l’88enne presidente del Camerun, al potere dal 1982, è stato nuovamente contestato da un centinaio di manifestanti camerunensi della Diaspora résistante davanti al lussuosissimo hotel Intercontinental, nel Quartier des Nations, nella periferia nord di Ginevra, in Svizzera, dove è andato per farsi curare.

Già giorni prima del suo arrivo la Diaspora aveva chiesto alle autorità di Berna di negare l’autorizzazione al capo di Stato di entrare nel Paese e di congelare i suoi beni. Il presidente è infatti accusato di brogli elettorali, di sottrazione indebita di fondi pubblici e di violazioni dei diritti umani (di recente, p.es., si è macchiato del sangue nei confronti della minoranza anglofona nelle due province del Nord-Ovest e Sud-Ovest del Camerun, dove si consuma un sanguinoso conflitto dalla fine del 2016, che ha già causato 3.500 vittime e oltre 775.000 sfollati).

La petizione presentata dalla coalizione è stata bocciata dal Gran Consiglio del Cantone di Ginevra. Motivo? Biya considera la Svizzera come la sua seconda casa, tant’è che è disposto a spendere per ospitare lui e il suo staff all’Intercontinental sui 40.000 dollari al giorno. Ovviamente a spese delle casse dello Stato, mentre la maggior parte della popolazione camerunense vive in miseria (attualmente 1,6 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria urgente).

E poi Biya alle ultime elezioni del 2018 ha preso oltre il 70% dei voti, che gli permetteranno di restare Presidente della Repubblica presidenziale monocamerale fino al 2025. Vero. Peccato però che in quel Paese (di circa 25 milioni di abitanti) pochi elettori vanno a votare, essendo del tutto sfiduciati dalla politica: nelle ultime elezioni parlamentari del 2020 i voti validi sono stati meno di 3 milioni. Paul Biya nel 2018 ne aveva presi 2,5 milioni. Nelle regioni anglofone, dove risiede oltre 1/4 della popolazione, solo il 5% si reca alle urne.

Di EG

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