Il referendum sull’eutanasia

“A chi appartiene la tua vita se non a te? E chi altri ha diritto di decidere sulla sua fine se non tu stesso? Grazie al progresso della medicina spesso la decisione sulla morte non spetta più alla natura ma a noi stessi. E se non siamo liberi di decidere sul nostro fine vita, stiamo appaltando la nostra vita a qualcun altro.”

Con questa frase la rivista “MicroMega” è intervenuta sulla campagna referendaria a favore dell’eutanasia.

Si chiede di abrogare una parte dell’art. 579 del Codice penale (risalente al periodo fascista ma tuttora in vigore), che di fatto, impedendo l’introduzione dell’eutanasia legale in Italia, stabilisce che la nostra vita non ci appartiene.

È evidente che qui si vuole combattere la morale religiosa della Chiesa cattolica, secondo cui la vita appartiene a chi, in ultima istanza, la dà, cioè a Dio.

Ora, supponiamo che non esista nessun Dio (il che è piuttosto facile per chi non crede). Supponiamo anche che uno, una volta raggiunta la maggiore età, non sia più tenuto a rendere conto ai propri genitori, fatta salva ovviamente l’assistenza materiale se risultano indigenti.

La domanda che a questo punto si pone è: davvero la mia vita appartiene solo a me? Fisicamente certo, e bisognerebbe impedire alla scienza di fare del nostro corpo ciò che vuole, specie se non siamo in grado di decidere. In taluni casi l’eutanasia è un gesto d’amore nei confronti di una persona che chiede di non essere più torturata.

Ma sul piano sociale è possibile dire che siamo davvero soli? Se io mangio così male da farmi venire il diabete, i costi per curarmi non ricadono forse su tutti? Cioè l’eutanasia deve passare premiando il nostro diritto all’individualismo?

Io penso che dovrebbe essere un sentire comune, e non solo dei parenti stretti di chi la chiede (i genitori, il partner, i figli, i nipoti…). Chiunque dovrebbe sapere che non incorre in alcun reato se, confrontandosi non solo col soggetto che invoca la propria fine, ma anche con le persone titolate a prendere una decisione (p.es. i parenti del soggetto in questione, i dottori, un giudice, una autorità locale…), si sente autorizzato a porre fine alla vita di un altro proprio perché si rende conto che la vita, quella sociale, quella dignitosa e gratificante, non esiste più.

Se esistesse questo sentire comune, l’eutanasia dovrebbe essere praticata anche quando il soggetto non è in grado di far valere la propria volontà (p.es. perché è in coma irreversibile). Cioè anche quando non è in grado di percepire alcuna tortura.

L’eutanasia non dovrebbe essere concepita solo come una forma di pietà, ma anche e soprattutto come una necessità inerente al fatto che un determinato soggetto non è più in grado di vivere una vita significativa, a prescindere che ne sia più o meno consapevole.

Se è cosciente si può indurlo a cercare un’alternativa alla morte. Ma non si dovrebbe obbligarlo a vivere, approfittando del fatto che il soggetto si trova in una condizione in cui, in ultima istanza, non può prendere alcuna decisione (perché p.es. è legato a un respiratore). Fare della tecnologia un pretesto per impedire la libertà di coscienza è disumano. Ancora più vergognoso è sostenere che non si può far decidere una cosa irreversibile a un soggetto troppo condizionato dalla precarietà dello stato in cui vive. Fateci firmare in un testamento biologico, ora che siamo padroni delle nostre facoltà mentali, quali sono le condizioni che vogliamo vengano rispettate, nel caso in cui non abbiamo la volontà per farlo da soli, e poi smettetela d’intromettervi tra noi e il nostro destino.

Di EG

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