Quale destino per le donne rimaste in Afghanistan

Da quando ha ripreso il controllo dell’Afghanistan, il governo dei talebani sta dando indicazioni restrittive sull’istruzione femminile, come avevano fatto col primo regime tra il 1996 e il 2001, quando per le donne era vietato andare a scuola dopo i 12 anni.

Per ora alle studentesse afghane sarà permesso l’accesso all’educazione primaria (l’equivalente delle scuole elementari italiane) e alle università, anche se in entrambi i casi in sezioni riservate a sole studentesse; all’università i corsi (con programmi riveduti e corretti) dovranno essere tenuti solo da docenti donne. Non può esistere alcuna libertà d’insegnamento.

Non è invece chiaro cosa intendano fare con l’educazione secondaria, l’equivalente delle nostre medie e superiori: una fascia d’istruzione necessaria a garantire, anche in futuro, la continuazione degli studi, altrimenti una volta esaurito il numero di studentesse attualmente iscritte all’università, non ci saranno più ragazze che potranno iscriversi.

Per ora le studentesse che dovrebbero frequentare le scuole secondarie (tra i 12 e i 17 anni) non sono tornate in classe, con grave danno soprattutto per chi si deve diplomare. Anche le dipendenti del Comune di Kabul non possono più andare a lavorare. E nessuna può più fare sport, indossare abiti colorati, utilizzare lo smartphone e molte altre cose. La maggior parte delle donne ha dovuto chiudere la propria attività commerciale, oppure affidarla agli uomini.

È stato sostituito il rettore dell’Università di Kabul con un certo Ashraf Ghairat, un giovane militante talebano molto fanatico, privo di qualunque qualifica per svolgere un ruolo così importante.

Hanno anche chiuso il ministero degli Affari femminili, una specie di ministero delle Pari opportunità, per sostituirlo con un ministero per “la diffusione della virtù e la prevenzione del vizio”. Le donne vanno tenute sotto controllo etico, poiché è per colpa loro se nel Paese si diffonde il “vizio” (sic!).

Purtroppo le proteste delle donne urbane non sono accompagnate da reazioni simili nelle campagne, dove vive più del 70% della popolazione afghana. Nelle campagne le donne vivono soprattutto dentro casa, non parlano volentieri con gli estranei, né hanno intenzione di lasciare il Paese. Qui l’instaurazione del nuovo regime non ha destato alcun malcontento, anzi viene vissuto come un momento di pace rispetto all’occupazione degli occidentali, che per trovare i talebani finivano col l’uccidere dei civili sospettati di esserlo, o portandoli in prigione. Gli stessi programmi d’istruzione venivano percepiti come un’imposizione di valori occidentali.

Due cose sono evidenti, anzi tre: la democrazia non può essere imposta in nessuna maniera, e più si tengono analfabete le donne, meno strumenti culturali avranno per opporsi a questa banda di misogini criminali. La terza è che, avendo un estremo bisogno di aiuti internazionali, i talebani preferiscono, per certi aspetti, restare ancora nel vago.

Di EG

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