Il nucleare si ripropone in Europa come scelta strategica

Francia, Finlandia, Cekia, Slovacchia, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Polonia hanno pubblicato un documento congiunto a favore dell’energia nucleare, sottolineando il ruolo che, a loro dire, svolgerebbe contro il riscaldamento globale. Il testo inoltre sostiene che il nucleare, contribuendo all’indipendenza energetica, proteggerebbe i consumatori europei dalla volatilità dei prezzi.

Temono di non poter realizzare gli obiettivi europei della decarbonizzazione e di non avere sufficienti mezzi per fronteggiare la minaccia del caro-energia. Ma dietro queste richieste c’è lo zampino dei francesi, che hanno protestato contro l’orientamento di Bruxelles di non inserire il nucleare tra le fonti pulite. Macron ha già detto che la Francia vuole lanciarsi nella costruzione di reattori su piccola scala, che andrebbero in supporto delle centrali più vecchie, e lo farà entro il 2030. Nei piani di Parigi uno dei perni per la produzione di idrogeno, su cui il governo ha già investito 7 miliardi coi fondi europei di Next Generation Eu, è proprio l’energia nucleare. D’altra parte dal Generale De Gaulle in poi nessun presidente francese ha mai voluto rinunciare all’atomo. Il nucleare è la loro pietra angolare dell’autonomia strategica, civile e militare, interna ed estera.

La Francia si era convertita al nucleare negli anni ’70, in reazione agli choc petroliferi. La generazione di centrali costruite fino agli anni ’90 sono state omologate per 40 anni e quindi si avvicinano alla scadenza. Solo una, quella di Fessenheim, vicina al confine tedesco, è stata chiusa. Per tutte le altre l’autorità di sicurezza nucleare ha approvato una proroga di altri 10 anni. L’anno scorso la Francia è stata costretta a riaccendere le sue centrali a carbone per assicurare la produzione elettrica, perché 24 dei 54 reattori nucleari, che garantiscono più del 70% della produzione elettrica, erano fermi causa manutenzione o guasti tecnici. Il che l’aveva anche costretta a importare energia dall’estero, in particolare dalla Germania, Paese ancora fortemente dipendente dal carbone dopo aver detto addio al nucleare.

Certo, mettere a confronto la potenza del nucleare con quella dell’eolico è ridicolo, ma qui bisogna guardare anche l’impatto sull’ambiente, non solo l’efficienza produttivistica. Chissà perché infatti i suddetti Paesi europei non hanno parlato del problema delle scorie. Non lo sanno che l’unico nucleare sensato è quello a fusione non a fissione, cioè quello del Sole, non quello che produce bombe atomiche? Ma per quello a fusione non abbiamo abbastanza potenza energetica per farlo funzionare.

La stessa Francia non sa come smaltire i rifiuti. Al momento hanno solo promesso di seppellire le scorie in un deposito scavato 500 metri sotto terra, nel contestatissimo progetto Cigéo in corso a Bure, nell’est del Paese.

Intanto i francesi sono alle prese coi gravi problemi tecnici del reattore nucleare Epr a Flamanville, sul litorale della Manica, che dal 2007 non si riesce a inaugurare e per il quale l’investimento iniziale è salito da 3 a 12 miliardi di euro: un fallimento clamoroso nel Paese più nuclearizzato al mondo. Solo nel 2023 si pensa di concluderlo.

Da notare che la nuova tecnologia Epr era stata venduta dalla Francia ai cinesi per rifornire di elettricità un territorio equivalente alla Gran Bretagna, ma con una popolazione doppia. Macron andò di persona a Taishan, nel 2018, a inaugurare i primi due reattori di nuova generazione, ma proprio lì si segnalò subito una fuga radioattiva. La centrale non è mai stata fermata perché secondo le autorità cinesi non c’è niente di anormale nella radioattività intorno ai reattori! Tanto più che i tassi radioattivi delle norme cinesi sono tre volte quelli francesi!

Di EG

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