Di nuovo il nucleare in Italia?

Di possibile ritorno al nucleare si è parlato anche in Italia, dopo una frase del ministro della Transizione Roberto Cingolani che a inizio settembre ha riaperto il dibattito sul nuovo nucleare di quarta generazione, “senza uranio arricchito e acqua pesante”.

Da noi la produzione di energia nucleare, inaugurata nel 1963 con la prima centrale a Latina, si è fermata nel 1987, a seguito del referendum promosso dopo l’incidente avvenuto nel 1986 alla centrale ucraina di Chernobyl.

Dal 1988 al 1990 le centrali furono chiuse, i cantieri degli impianti in costruzione interrotti. L’azienda statale incaricata di smantellare i rifiuti radioattivi, la Sogin (Società gestione impianti nucleari), nata nel 1999, non sa ancora dove metterli, perché nessuna Regione li vuole. Tutti i costi dell’operazione sono comunque coperti dalla bolletta elettrica che paghiamo ogni bimestre.

Le centrali nucleari si trovano a Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta). Gli impianti del ciclo del combustibile sono invece a Eurex di Saluggia (Vercelli), Ipu e Opec di Casaccia (Roma), Itrec di Rotondella (Matera), Fn di Bosco Marengo (Alessandria) e il reattore di ricerca Ispra-1 nel CCR di Ispra (Varese).

Stando a dati ufficiali, abbiamo circa 31.000 metri cubi di rifiuti radioattivi, collocati in 24 impianti, distribuiti su 16 siti in 8 Regioni. Ma ancora non abbiamo un deposito nazionale, e questo ci serve anche per l’attività che si svolge ogni giorno nella medicina nucleare, nell’industria e nella ricerca scientifica.

Nell’ambito della UE la gamma di fonti energetiche disponibili comprende cinque diverse fonti: prodotti petroliferi (compreso il petrolio greggio) al 36%, gas naturale al 22%, energia rinnovabile al 15%, energia nucleare e combustibili fossili solidi entrambi al 13%. Tuttavia in Francia e Svezia la quota del nucleare sale, rispettivamente, al 41% e al 31% (in Svezia però un altro 41% proviene da fonti rinnovabili).

Il maggior produttore di energia nucleare nella UE è la Francia (52,1% del totale), seguita da Germania (9,8%), Svezia (8,6%) e Spagna (7,6%), più altri 9 Stati. Sono 14 i Paesi in cui non sono presenti centrali nucleari attive: Italia, Danimarca, Austria, Polonia, Portogallo, Irlanda, Grecia, Cipro, Malta, Estonia, Lettonia, Lituania, Croazia e Lussemburgo. Tuttavia la Germania ha deciso di spegnere tutti i suoi reattori entro il 2022: l’operazione costerà ai tedeschi 2,4 miliardi di euro.

Siccome 13 centrali europee sono collocate a meno di 200 km dai nostri confini, le province italiane esposte a maggior rischio sono Cuneo, Torino, Aosta, Varese, Sondrio, Bolzano, Udine e Trieste. Ma a seconda delle condizioni climatiche una nube tossica può arrivare tranquillamente anche a Milano, Bologna e Firenze. Da notare, in tal senso, che la centrale francese di Tricastin, a cui il governo vuol estendere la licenza d’uso per altri 10 anni, oltre ai 40 anni previsti, è in zona sismica e l’ultimo terremoto si è verificato l’11 novembre 2019.

Di EG

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