Quale nuova rivoluzione fiscale?

Già si parla di rivoluzione fiscale, in riferimento all’approvazione da parte del G20 dell’accordo sulla riforma della fiscalità internazionale che prevede una tassazione minima al 15% per le multinazionali con fatturato globale superiore a 20 miliardi di euro, nonché una web tax, basata sulla territorialità, da corrispondere al Paese in cui l’impresa digitale opera, in ragione di almeno il 25% dei profitti che superano un margine del 10% dei ricavi: quindi in base alla presenza fisica di una stabile organizzazione in un dato Paese.

Questa svolta, definita “epocale”, farà guadagnare al fisco degli Stati circa 150 miliardi di dollari l’anno, andando così ad aiutare i conti pubblici disastrati a causa della pandemia.

Si sono trovati d’accordo 140 Paesi (del G20, dell’OCSE, della UE, ecc.), con la sola esclusione di Estonia, Kenya, Nigeria, Pakistan e Sri Lanka, che non sono certo dei giganti dell’economia mondiale. Russia, India e Cina al momento stanno a guardare.

Non ci sarà più competizione fiscale tra Stati ma un approccio collaborativo. Frasi come “vieni a mettere le tue sedi da me, che ti agevolo fiscalmente”, non potranno più essere pronunciate. Le grandi economie mondiali si sono rese conto che la competizione fiscale coi Paesi piccoli o emergenti, che offrono tassazioni ridicole alle multinazionali, è autolesionista, in quanto ottengono solo perdita di gettito fiscale: le loro stesse aziende più grandi non versano nulla nelle casse statali.

In pratica cos’è successo? È successo che, siccome nel capitalismo la politica di un singolo Stato non può far nulla contro il business della singola multinazionale, si è deciso di mettere d’accordo le politiche di quanti più Stati possibile, cercando d’indurre tutte le multinazionali a non espatriare, in quanto troverebbero ovunque la stessa percentuale di tassazione fiscale. Naturalmente in virtù di tale decisione ci rimetteranno non solo le suddette multinazionali (anche se il 15% resta una tassazione ridicola), ma anche i Paesi più piccoli che sulla competizione fiscale basavano la loro ricchezza. Apple, Google, Pfizer e tante altri in teoria non avranno più motivo di tenere le sedi fiscali in Irlanda, tanto per fare un esempio, dove pur le grandi imprese danno lavoro a un irlandese su otto.

Tuttavia proprio l’Irlanda ha mantenuto il diritto d’imporre un’aliquota soltanto del 12,5% alle imprese con ricavi annui inferiori a 750 milioni di euro. L’Ungheria invece ha ottenuto che il previsto periodo di transizione di sette anni venga allungato fino a 10. Bene, fatta la legge trovato l’inganno. Ora per il prossimo decennio molte grandi imprese andranno in Ungheria o resteranno in Irlanda. Tanto la globalizzazione non la ferma nessuno. E, quanto alle imprese di minori dimensioni, quelle che rimangono rinchiuse nel perimetro dei loro Stati nazionali, continueranno a essere colpite da una pressione fiscale di molto superiore a quella delle multinazionali, che possono sfruttare le economie di scala e la delocalizzazione della produzione.

Insomma accontentiamoci di un compromesso politico tra alcuni dei più grandi Paesi del pianeta. In realtà la strada per una effettiva realizzazione del progetto appare ancora molto lunga, checché ne pensi il nostro Gentiloni. Infatti continuano a mancare regole comuni sulla determinazione della base imponibile su cui applicare l’aliquota fissata. Inoltre mancano dei controlli accurati sugli effettivi bilanci delle multinazionali. I recenti “Pandora Papers” sono la riprova che i grandi le tasse non le vogliono proprio pagare.

Per non parlare del fatto che le criptovalute (che tendono a sottrarsi a qualunque forma di tassazione, distruggendo le economie reali) sono cresciute enormemente negli ultimi anni: gli utenti totali sono passati da 5 milioni nel 2016 ad almeno 100 milioni nel 2020. Con un valore unitario inferiore a 1.000 euro all’inizio del 2017, il prezzo di Bitcoin è salito a oltre 42.000 euro. La capitalizzazione di mercato delle criptovalute totali ha raggiunto i 2 trilioni di euro (l’equivalente del PIL italiano). L’uso principale delle criptovalute è l’investimento, ma ci sono anche commercianti e persino società, banche e Stati (p.es. El Salvador) che accettano Bitcoin come mezzo di pagamento. Le criptovalute possono essere considerate come un nuovo tipo di paradiso fiscale, poiché gli utenti sono quasi anonimi e non operano in una giurisdizione fiscale specifica. Vengono tassate (fino a un certo punto) solo se si fa trading. Di fatto stanno diventando un’alternativa alle valute nazionali instabili. Gli Stati Uniti sono arrivati a minacciare le banche svizzere se non offrono dettagli contabili e patrimoniali sui clienti americani.

Di EG

Webmaster di diariofacebook.it, socialismo.info, quartaricerca.it, homolaicus.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *