È possibile avere rapporti commerciali equi con l’Africa?

Dicono che la posizione italiana nei confronti dell’Africa sia passata da un’esclusiva attenzione per le questioni migratorie e securitarie, a un approccio olistico vero e proprio. Nel senso che dobbiamo sostituire la tradizionale visione dell’Africa come “continente senza speranza” con la concezione di un grande “territorio di opportunità”, soprattutto alla luce della nuova area commerciale chiamata AfCFTA (African Continental Free Trade Area), che copre una popolazione di 1,2 miliardi di persone e costituisce la più grande area di libero scambio al mondo per numero di Paesi coinvolti, che dovrebbe crescere fino a raggiungere i 2,5 miliardi entro il 2050.

Naturalmente per noi occidentali “libero scambio” vuol dire anzitutto reciprocità nell’abbassamento dei dazi. Per i Paesi africani che vi hanno aderito vuol dire invece abbassare i dazi intracontinentali e permettere a qualunque cittadino africano di potersi trasferire facilmente in qualunque Paese africano, superando i confini del passato coloniale.

Nel recente documento strategico del Ministero degli Affari esteri, “Partenariato con l’Africa”, l’Africa Mediterranea, il Corno d’Africa e Mar Rosso, il Sahel e l’Africa australe vengono definite come “un’assoluta priorità della politica estera italiana”, la quale deve superare l’anacronistica logica beneficiario-donatore, per promuovere invece un rapporto paritario che rafforzi la cooperazione, soprattutto in materia di politiche di migrazione (i flussi migratori sono per noi insostenibili), di sicurezza (il terrorismo in Africa non accenna a diminuire) e di adattamento ai cambiamenti climatici (l’intero continente patisce in maniera abnorme un disastro ambientale provocato dai Paesi più industrializzati del mondo).

Insomma se l’Africa vuol diventare come noi europei, smettendo di piangersi addosso per il passato colonialismo (che noi italiani peraltro abbiamo praticato in aree molto limitate), noi saremo ben disposti ad aiutarla, anche perché sarà nel nostro stesso interesse, in quanto siamo il principale punto d’approdo degli immigrati africani. Inoltre possiamo fare affari come tutti gli altri Paesi avanzati del mondo.

In realtà l’Africa, pur essendo ricchissima di risorse naturali, è debolissima per colpa del colonialismo europeo subìto nel passato. Basti pensare che molti Paesi sono specializzati nell’export di poche materie prime (imposte ieri dagli europei e oggi dal globalismo), diventando così vittime della volatilità dei prezzi sui mercati internazionali. Non solo, ma l’intero continente è così dipendente da potenze straniere che la quota del commercio tra Paesi africani è appena del 19%.

Trattare alla pari con un continente così debole non ha senso. La metà del PIL africano viene prodotto in soli tre Stati: Nigeria, Sudafrica ed Egitto. L’Unione Africana ha risorse finanziarie che dipendono in larga parte dai donatori esterni, in particolare dall’Unione Europea.

Il Fondo Monetario Internazionale ha già detto che se ai Paesi africani afflitti dalla pandemia del COVID (anche perché privi dei vaccini) non verranno dati finanziamenti aggiuntivi pari a 285 miliardi di dollari entro il 2025, gli effetti saranno catastrofici per il mondo intero.

Di EG

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