Economia italiana

Dal 1995 in poi la nostra economia cresce mediamente ogni anno un punto in meno dell’insieme dell’Eurozona. Nel periodo 1995-2019 l’Italia ha reinvestito in media, in beni non finanziari, soltanto il 19,5% del PIL: una quota superiore unicamente a quelle di Grecia e Regno Unito, la prima preda di una profonda crisi economica e il secondo caratterizzato da una forte preferenza per gli investimenti finanziari.

Gli investimenti italiani non solo sono più limitati rispetto a quelli dei concorrenti, ma anche meno efficaci, incapaci di generare un maggiore valore aggiunto, sia nel settore pubblico che in quello privato.

Per il settore pubblico si può capire, perché l’adesione all’euro ha comportato per l’Italia l’obbligo di sottostare ai vincoli stringenti del Trattato di Maastricht (1992), poi del Patto di stabilità e crescita (1997) e quindi del Fiscal Compact (2012), concepiti soprattutto per assicurare stabilità all’euro.

Ma il nostro Paese soffre anche di altri limiti: l’invecchiamento della popolazione, che impone costi sanitari e soprattutto pensionistici strutturalmente più elevati; un carico fiscale meno progressivo e più pesantemente evaso o eluso; un enorme debito pubblico che induce la UE a chiederci di investire di meno nel pubblico che comporta spese improduttive.

Oltre a ciò ci siamo illusi che il privato fosse effettivamente più efficiente del pubblico, ma così non è stato, anche perché è il privato ad aver bisogno del sostegno pubblico, soprattutto in presenza del globalismo, che ha visto crescere notevolmente la concorrenza internazionale e persino le guerre commerciali, senza considerare che noi siamo indietro sul piano delle nuove tecnologie informatiche.

Le nostre imprese private hanno solo sfruttato il fatto che il costo del denaro è diminuito di molto e i salari reali si sono bloccati. Ma non hanno approfittato di questi vantaggi. I bassi salari e i bassi investimenti hanno depresso la crescita, soprattutto dal 2008 in poi.

Va però notato che, nonostante il progressivo ed evidente declino dell’economia italiana nel contesto europeo, oggi il 20% più ricco delle famiglie italiane (al cui interno ricadono proprietari e amministratori delle imprese medio-grandi) possiede un patrimonio netto di 6.000 miliardi di euro (2/3 del totale del Paese), ossia tre volte e mezzo il PIL. Questo porta a pensare che, nonostante il significativo aumento della redditività degli investimenti (ottenuto da bassi salari, agevolazioni fiscali, irrisorio costo del denaro, ecc.), in realtà esiste una forte caduta della propensione delle imprese a reinvestire nell’economia reale italiana i profitti realizzati.

Gli economisti pensano che occorra approfittare del temporaneo rilassamento delle restrizioni di bilancio europee per riportare gli investimenti pubblici al 3% o più del valore aggiunto e costruire in questo modo una cornice particolarmente favorevole all’investimento privato. Il FMI ritiene che un aumento dell’1% del PIL negli investimenti pubblici, nelle economie avanzate e nei mercati emergenti, ha il potenziale di sospingere il PIL del 2,7% e gli investimenti privati del 10%.

Il problema però è che le imprese private più significative se ne fregano dell’Italia, che ha un settore finanziario di piccole dimensioni, una debole politica industriale e una presenza limitata dell’industria pubblica. Preferiscono sempre di più puntare all’estero.

Quanto invece alle imprese piccole o medie (la stragrande maggioranza nel nostro Paese), solitamente non dispongono di risorse sufficienti a fare investimenti di rilievo e puntare sull’innovazione, a meno che non si uniscano in gruppi, consorzi, filiere ecc.

Qui l’art. di Leonello Tronti molto più complesso e dettagliato.

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Di EG

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