L’estremismo islamico in Indonesia

L’estremismo islamico facilmente assume i connotati di una barbarie medievale. Lo si vede nella provincia indonesiana di Aceh, dove il 98% della popolazione è di fede musulmana: qui si puniscono a frustate gli omosessuali, chi beve alcolici o gioca d’azzardo o pratica l’adulterio. La sharia è legge e la punizione è pubblica.

In questa provincia gli estremisti religiosi hanno approfittato del fatto che dopo il trattato di pace del 2005 tra guerriglia e governo, quest’ultimo ha concesso un’ampia autonomia alla provincia. In questa maniera però vien naturale pensare che l’autonomia sarebbe stato meglio non concederla. È giusto rivendicare una certa indipendenza da uno Stato centralista, autoritario, al servizio dei potentati economici, ma se il risultato deve essere quello di ridurre la democrazia a un nulla, allora bisognerebbe chiedersi se davvero valga la pena affrontare le grandi difficoltà della guerriglia.

Gli islamici spesso temono di perdere la loro identità quando si confrontano col mondo moderno. E sfruttano le contraddizioni del globalismo per radicalizzare ancor più le loro posizioni. Ma in questa maniera si mettono subito dalla parte del torto e non costituiscono un’alternativa per nessuno. Sono degli sconfitti in partenza.

C’è da dire che in tutto l’arcipelago indonesiano la religione è tornata ad avere un ruolo sempre più determinante nella vita pubblica del Paese. Alla fine degli anni ’90, quando si andava in una scuola pubblica, raramente si vedeva una studentessa o un’insegnante col velo. Oggi invece è la norma. Le ordinanze locali per applicare la sharia si sono moltiplicate: si va dalla richiesta di indossare obbligatoriamente abiti musulmani negli uffici pubblici al divieto di vendita, distribuzione e consumo di alcolici. Hanno preso forza anche i movimenti a favore del matrimonio precoce o minorile (per impedire l’adulterio) e contro i vaccini, col pretesto che non sono consentiti dalla legge islamica.

Il presidente Joko Widodo, un tempo vicino all’islam moderato, ha scelto come collaboratori personalità provenienti dall’ambiente militare e religioso, come p.es. il vicepresidente Ma’ruf Amin, presidente del Consiglio degli ulema indonesiani, del tutto contrario ai rapporti sessuali fuori dal matrimonio, all’aborto, alle coppie omosessuali e, in generale, ai movimenti LGBTQI, alla contraccezione per i minorenni e ai luoghi di culto per i non musulmani.

Il ministro della Difesa, Prabowo Subianto, ex genero del generale Suharto, dittatore dell’Indonesia per tre decenni, è sostenuto dai gruppi islamici radicali, come il Fronte dei difensori dell’Islam, che spesso agisce come una sorta di polizia morale. Lui stesso è una persona piuttosto violenta. Nel 1998 fu disonorevolmente dimesso dall’esercito e successivamente gli fu impedito dall’entrare negli USA.

L’Indonesia è in procinto di diventare uno Stato molto autoritario. E l’uso strumentale della religione islamica che fa il governo, lo dimostra ampiamente.

Di EG

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