L’islam in Giappone

Negli ultimi anni, in seguito agli sforzi del governo nipponico per attirare lavoratori e studenti dall’estero, le fila dei credenti si sono infoltite. In particolare la popolazione musulmana (che nel 1982 era di sole 30.000 persone), è più che raddoppiata nello scorso decennio, passando dai 110.000 credenti nel 2010 ai 230.000 alla fine del 2019 (la cifra comprende i circa 50.000 giapponesi convertitisi all’islam). Il Paese ha 120 moschee: nel 2001 erano solo 24. Naturalmente, poiché il Giappone ha quasi 127 milioni di abitanti, si tratta di una presenza religiosa piuttosto insignificante. Stando alle statistiche il 69% della popolazione pratica lo shintoismo e il 66,7% il buddismo, l’1,5% il cristianesimo e il 6,2% altre religioni. (Gli aderenti totali superano il 100% perché molti giapponesi praticano sia lo shintoismo che il buddismo.)

Generalmente gli immigrati islamici sono studenti, tirocinanti o lavoratori stranieri ptovenienti da Paesi quali Indonesia, Bangladesh, Pakistan, Turchia, Egitto, Iran, Nigeria e Malesia.

Tuttavia, pur apprezzando di questo Paese la sicurezza, la pulizia e l’ordine, essi hanno ancora molti problemi a trovare un posto degno per la sepoltura. Infatti in Giappone circa il 99% dei defunti viene cremato, e questa pratica non è ammessa dall’islam.

Il governo centrale non ha previsto misure per andare incontro alle esigenze degli stranieri con usanze diverse da quelle giapponesi, anche perché i lavoratori stranieri sono considerati “gente di passaggio” e non migranti destinati a restare lì. Il Giappone è un Paese ospitale coi pochi stranieri che accetta, ma a condizione che non facciano pesare la loro diversità. Nella maggioranza delle prefetture giapponesi non esistono cimiteri musulmani.

Gli stessi abitanti nipponici sono molto contrari alla sepoltura, poiché ciò suscita una sensazione sgradevole: temono che i corpi sepolti contaminino le riserve d’acqua o che, in caso di terremoto, i cadaveri potrebbero p.es. rotolare giù per una collina. Sicché ritengono che chi chiede la cittadinanza debba adeguarsi ai costumi locali e cremare i defunti.

La comunità cattolica aveva proposto di condividere il proprio cimitero, ma i musulmani hanno rifiutato.

I giapponesi, si sa, sono molto legati alle loro tradizioni, tant’è che soffrono di un certo complesso di superiorità. Ecco perché guardano con preoccupazione l’influenza culturale degli stranieri. Infatti non sono per nulla favorevoli all’apertura di una scuola islamica. Un musulmano può tranquillamente pregare cinque volte al giorno e avere tutte le moschee che vuole, ma per il resto è meglio che non faccia altro. Al massimo è possibile organizzare un sistema di certificazione per i negozi e i ristoranti abilitati a distribuire cibo halal, secondo i criteri islamici. Alcuni impianti termali vendono addirittura dei costumi da bagno a pantaloncino per i clienti musulmani. Ma quando accadono queste cose è perché gli stessi giapponesi vi vedono la possibilità di allargare il business. Per es. son sempre di più le agenzie di viaggi che offrono pacchetti per i pellegrinaggi nei luoghi santi islamici (specie quello obbligatorio a La Mecca).

È anche vero però che i giapponesi, benché non si possano qualificare come una democrazia pluralistica e multiculturale e benché molti di loro siano stati inclusi nel conto delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001, non si sentono affatto antislamici. Nessun quotidiano nazionale ha mai pubblicato vignette satiriche per prendere in giro l’islam.

È da pochi anni che il Giappone, nonostante il suo tradizionale isolazionismo, è costretto a fare i conti col terrorismo islamico. Nel 2013 la crisi degli ostaggi nell’impianto di estrazione di gas a In Aménas, in Algeria, portò all’uccisione di 10 cittadini giapponesi da parte di al Qaeda.

Poi fu la volta della morte del giornalista Kenji Goto e del contractor Haruna Yukawa, due cittadini giapponesi rapiti in Siria dal gruppo dello Stato islamico nel 2015, cui fece seguito l’anno dopo l’uccisione di alcuni contrattisti della cooperazione internazionale in Bangladesh. Questi eventi indussero le autorità a stringere i controlli sui musulmani residenti in Giappone. Tant’è che più volte l’ONU ha chiesto a Tokyo di rivedere le politiche nei confronti dei musulmani, basate sul pregiudizio che le persone di una certa “razza”, nazionalità o religione sono particolarmente predisposte a commettere crimini.

Ma il primo vero caso di terrorismo islamico si verificò in Giappone nel 1991, quando un iraniano, rimasto impunito, assassinò l’accademico islamista Hitoshi Igarashi, che aveva tradotto nella lingua nipponica i Versi satanici di Salman Rushdie. Quella volta il governo mise a tacere la cosa perché la stragrande maggioranza del petrolio lo importava proprio dall’Iran.

Di EG

Webmaster di diariofacebook.it, socialismo.info, quartaricerca.it, homolaicus.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *