Macron e il separatismo islamico

L’Assemblea nazionale, cioè la Camera bassa del Parlamento francese, ha approvato a larga maggioranza il disegno di legge, composto da circa 50 articoli, sul “separatismo religioso”, che prevede un maggiore controllo da parte dello Stato sulle organizzazioni religiose e i luoghi di culto che diffondono “teorie o idee” che “provocano odio o violenza”.

Nel testo è previsto sostanzialmente un nuovo reato, quello “di messa in pericolo della vita altrui attraverso la diffusione di informazioni relative alla vita privata, familiare e professionale di una persona che permettono di identificarla o di localizzarla”. Il che, tradotto, vuol dire: perseguire gli autori di minacce, violenze e intimidazioni per motivi religiosi. E stranamente non prevede il contrario, cioè che si faccia la stessa cosa per motivi anti-religiosi.

La proposta di legge è stata fortemente appoggiata dal presidente francese Emmanuel Macron, ritenendola necessaria per combattere l’Islam radicale; però secondo alcuni sarebbe rivolta a colpire l’Islam in generale, e non solo le sue forme più fondamentaliste.

Il disegno di legge, che ora dovrà essere discusso in Senato (dove il partito di Macron non detiene la maggioranza), prevede, tra le altre cose, che tutte le associazioni rispettino i “valori repubblicani” della Francia e che dichiarino al fisco qualunque donazione ricevuta sopra i 10mila euro (in pratica per tracciare eventuali fondi provenienti da organizzazioni religiose di Paesi come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, giudicati i più pericolosi). Insomma le associazioni dovranno certificare tutti i propri conti. Strano però che questa cosa venga chiesta soltanto alle associazioni religiose e non anche a quelle sportive o culturali.

Col termine “separatismo” Macron indica il fatto che molte persone musulmane in Francia vivono in una “società parallela”, disponibile al fondamentalismo islamico e contraria ai valori laici della Repubblica francese: come, secondo lui, hanno dimostrato i silenzi dei musulmani francesi nei confronti degli avvenimenti cruenti collegati alle vignette satiriche contro il profeta Maometto da parte della rivista “Charlie Hebdo”. Ricordiamo che dal 2015 sono morte in Francia, a causa della violenza jihadista, più di 250 persone.

Il testo permette allo Stato di chiudere immediatamente le organizzazioni religiose e i luoghi di culto non moderati. Non a caso chiede d’impegnarsi per iscritto a sostenere i “valori repubblicani”, cioè quelli liberali e illuministi che hanno radici nel ‘700. In caso contrario non riceveranno sussidi statali.

Per rafforzare poi il controllo sulle scuole coraniche, il disegno di legge stabilisce “il principio dell’obbligo scolastico” per i bambini di età compresa tra 3 e 16 anni e consente deroghe per “ragioni molto limitate, relative alla situazione del bambino o della sua famiglia”, che però non potranno più essere comunicate attraverso una dichiarazione, ma autorizzate dal ministero dell’Istruzione. Questo perché tutti devono frequentare le scuole statali o comunque pubbliche. Le strutture islamiste clandestine vanno bandite.

Se un dipendente pubblico viene minacciato per ottenere “un’esenzione totale o parziale o una diversa applicazione delle norme”, il responsabile potrà essere incarcerato fino a cinque anni.

Si stabiliscono, inoltre, misure per evitare i matrimoni combinati o forzati, attraverso un maggior potere di controllo assegnato agli ufficiali di stato civile, i quali non potranno neppure rilasciare documenti di residenza o titoli di soggiorno a persone in stato di poligamia. E si vieta il rilascio dei “certificati di verginità” da parte dei medici, fissando una pena che prevede un anno di detenzione e una multa di 15mila euro.

Tuttavia alcune delle misure previste hanno allarmato la Chiesa cattolica, che ha un rapporto istituzionale con lo Stato sulla base della legge di separazione del 1905 (che sostituì il Concordato napoleonico del 1801), e non vuole avere restrizioni per colpa del fondamentalismo islamico. In particolare non sopporta l’idea che ogni associazione di culto debba produrre una dichiarazione di “qualità cultuale”, che dovrà poi essere autorizzata dalla prefettura, per poter fruire di vantaggi fiscali e sovvenzioni pubbliche.

Il clero cattolico sostiene che gli statuti delle loro associazioni sono già depositati da molto tempo nelle prefetture, come le liste dei vescovi, che dirigono le associazioni, e i relativi conti correnti. Per cui si teme che la norma si trasformi in una forma di controllo indebita, che peraltro comporterà un oneroso sovraccarico amministrativo. Ecco perché la Chiesa propone una cosa che il governo nei confronti delle associazioni islamiche non farà mai: il rinnovo automatico delle autorizzazioni, salvo in caso di problemi effettivi, eclatanti.

Inoltre lo stesso clero non sopporta l’idea di far firmare alle associazioni cultuali un “contratto d’impegno repubblicano”, il cui contenuto deve ancora essere stabilito con precisione. Cioè ritiene che sia più che sufficiente rispettare le leggi della Repubblica. Anche gli ortodossi, i protestanti e gli ebrei sono sulla stessa lunghezza d’onda.

Il partito dei Repubblicani aveva addirittura proposto un emendamento per aggiungere nel contratto l’obbligo per le associazioni di culto di rispettare la laicità come valore fondante delle relazioni sociali. Il che è assurdo per un’associazione che vuole conservare il carattere religioso della propria identità.

Per far vedere che è largo di maniche con la Chiesa cattolica, il governo ha aperto la possibilità per le associazioni di culto di trarre profitto dalle proprietà immobiliari, soprattutto affittando uffici e appartamenti. Questa misura è stata inserita per controbilanciare la stretta sui finanziamenti dall’estero, soprattutto per bloccare quelli a favore dell’Islam. In realtà i prelati cattolici hanno sostenuto che il parlamento ha soltanto sanato una situazione di discriminazione, visto che dal 2014 tutte le associazioni, tranne quelle di culto, possono gestire in proprio il patrimonio immobiliare posseduto.

Non poca preoccupazione ha suscitato, negli ambienti della Conferenza episcopale, la norma che vieta la scuola parentale, cioè l’istruzione impartita dai genitori ai propri figli. Improvvisamente i cattolici si sono accorti che se non difendono la libertà di religione degli islamici, la loro stessa libertà viene minacciata. Prima si sentivano dei privilegiati, ora invece non sanno se fare causa comune con gli islamici contro le ingerenze statali, oppure se odiare ancora di più gli islamici, facendo credere d’essere maggiormente affidabili di loro nei confronti dello Stato. Vengono qui in mente le controversie tra cristiani ed ebrei al tempo dell’impero romano.

Certo sarebbe paradossale che il governo, avendo come obiettivo quello di combattere il separatismo degli islamici, riuscisse invece a far superare il tradizionale separatismo che regna sovrano tra le religioni, al punto che queste finiscano per allearsi contro lo stesso governo. A nessun credente infatti piace essere considerato un cittadino di seconda categoria, potenzialmente molesto o addirittura pericoloso, che va sottoposto a particolari sorveglianze.

Insomma qui si ha la netta impressione che il governo voglia trasformare lo Stato in un ente ideologico, facendo della laicità una nuova religione. Superstizione e fanatismo possono certamente essere ostacolati dalla legge, ma quando le religioni hanno l’impressione d’essere perseguitate, ciò verrà considerato come un motivo in più per radicalizzarsi nelle loro convinzioni.

Di EG

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