Il Sudamerica in mano ai cinesi

Il primo Paese sudamericano ad aderire al progetto cinese detto “La Via della Seta”, è stato Panama, seguito, subito dopo, da Uruguay, Ecuador, Venezuela, Cile, Bolivia, Costa Rica, Cuba, Guyana, Suriname e, ultimo arrivato, il Perù, intenzionato a creare una ferrovia transoceanica di 3.500 km, dal costo di 30 miliardi di dollari, per collegare Oceano Atlantico e Pacifico, dal Perù al Brasile, tagliando in due l’Amazzonia e le Ande e naturalmente favorendo gli scambi con la Cina. Alla faccia dei problemi ambientali.

Del resto quasi tutti i Paesi sudamericani sono anche membri della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture, fondata a Pechino nel 2014, il cui scopo è proprio quello di finanziare progetti di infrastrutture che connettano la regione Asia-Pacifico col resto del mondo.

Pechino ha già costruito centrali idroelettriche in Patagonia e nella selva amazzonica, miniere sulle Ande, raffinerie in Costa Rica, Venezuela, Bolivia, Brasile, Ecuador, una modernissima centrale nucleare in Argentina e vie ferrate tra Brasile, Argentina, Paraguay e Cile. Con diversi Paesi ha già iniziato trattative per la costruzione di reti 5G.

Considerando che nel 2020 i flussi mondiali di investimenti diretti esteri si sono ridotti del 42%, il ruolo della Cina (unico Paese del G20 che l’anno scorso è cresciuto del 2,3%) si sta rivelando centrale.

Ormai è chiaro che quasi tutta l’America Latina si sta appoggiando alle finanze cinesi in funzione anti-statunitense. Praticamente s’illudono che il Dragone, solo perché non li ha mai colonizzati, sia migliore dello Zio Sam, che per circa due secoli non ha accettato interferenze da parte di altre potenze nella regione e che continua a colpire in varie maniere quei Paesi sudamericani colpevoli di non far nulla per arginare i flussi migratori verso il nord del continente.

Da quando poi esiste la pandemia, il bisogno di liquidità s’è fatto straordinariamente urgente. L’America Latina è stata subito attratta dal modello economico di Pechino, che in circa 40 anni ha tolto dalla povertà 800 milioni di persone e aumentato il tenore di vita degli altri cittadini. Che questo poi sia avvenuto sulla base di un capitalismo statale che, per recuperare il tempo perduto, ha dovuto considerare i diritti dei cittadini un problema del tutto secondario, importa poco.

Mentre il PIL dell’America Latina diminuirà, come minimo, del 9% e la povertà estrema aumenterà di quasi il 30% (cioè di quasi 100 milioni di persone), l’economia cinese sarà l’unica tra le prime dieci al mondo a mostrare una significativa crescita produttiva. Entro il 2025 la Cina pensa di poter investire in America Latina e nei Caraibi, tra prestiti finanziari e progetti infrastrutturali, qualcosa come 250 miliardi di dollari, e ha iniziato a farlo solo a partire dalla fine degli anni ’90. Il che comporterà un controllo assoluto delle materie prime di quei Paesi e quindi ulteriori vantaggi sul piano politico.

Tutte le megastrutture preventivate e quelle già costruite (soprattutto in campo energetico, telecomunicativo e logistico) andranno protette militarmente, poiché quello è un sub-continente in continua ebollizione, dove le sperequazioni tra le classi sociali sono enormi. Gli stessi nordamericani faranno di tutto per sabotare un processo integrativo tra Cina e Sudamerica in cui loro sono completamente tagliati fuori. D’altra parte dopo il crollo dell’URSS, l’interesse della Casa Bianca si è spostato in Eurasia, lasciando l’America Latina nel limbo.

E Pechino, dopo i tanti finanziamenti concessi, pretenderà inevitabilmente, a titolo cautelativo, di poter installare proprie basi militari. Anche perché oltre il 70% delle aziende cinesi che investono nella regione sono di proprietà statale: questo vuol dire che se ci saranno problemi con un’impresa cinese, ci saranno problemi con tutto il settore pubblico della potenza asiatica. Il fallimento di un progetto potrebbe causare la rottura dei rapporti bilaterali, con effetti in ambito finanziario, culturale, accademico…

E se non saranno basi militari vere e proprie, saranno comunque forme di controllo invasive, come quella p.es. già costruita in Venezuela, dove l’impresa cinese Zte ha investito 70 miliardi di dollari in sicurezza tecnologica per la creazione di un sistema di identificazione elettronica dei cittadini, proprio come in Cina.

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Di EG

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