L’invivibilità a Gaza

Da 13 anni la Striscia di Gaza vive una crisi umanitaria così grave che l’ONU aveva dichiarato l’invivibilità entro aprile 2020, cioè prima ancora dello scoppio della pandemia da coronavirus.

Infatti nel 2019 il PIL pro capite era sceso del 29% rispetto al 2006 e il tasso di disoccupazione era del 43%, con oltre metà della popolazione che viveva al di sotto della soglia di povertà di 4,6 dollari al giorno.

A Gaza l’inquinamento delle acque è la principale causa di morte dei bambini: oltre 1/4 di tutte le malattie sono causate dalla pessima qualità dell’acqua e dalla sua scarsa accessibilità. E la popolazione cresce del 3,2% l’anno. Il depauperamento progressivo della falda freatica ha anche causato la sua caduta sotto il livello del mare, con infiltrazioni di acqua marina che hanno portato negli ultimi 10 anni i livelli di salinità ben sopra gli standard di accettabilità fissati dall’OMS. Né ci sono adeguati impianti di trattamento delle acque reflue.

L’elettricità è presente per un 1/3 o 1/4 della giornata. Israele controlla l’importazione del carburante diesel necessario per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia, costruita nel 2002. Nel 2000 era stato scoperto un deposito di gas naturale al largo della costa di Gaza, ma l’embargo imposto da Israele ha impedito di utilizzarlo: cosa che ha reso necessario l’acquisto di carburante dalla stessa Israele, che vende anche l’energia elettrica ai palestinesi, tramite l’Israel Electric Corp.

Non è più possibile vivere in condizioni del genere, soprattutto perché la densità della popolazione è tra le più alte al mondo: poco più di 2 milioni di persone vivono in 365 kmq.

Varie stime sul costo della pandemia indicano una perdita economica compresa tra il 7% e il 35% del PIL, a seconda delle ipotesi di previsione sulla gravità e la durata della pandemia. D’altra parte 140mila palestinesi che lavorano in Israele sono rimasti disoccupati.

Forse non tutti sanno che è Israele a riscuotere le tasse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese, alla quale eroga le somme raccolte in modo arbitrario e imprevedibile. Prima della pandemia, l’UNCTAD dell’ONU stimava che ogni anno l’agenzia delle entrate israeliana tratteneva dalle somme dovute al fisco palestinese una somma pari al 3,7% del PIL o al 17,8% del gettito fiscale totale.

A tutto ciò si aggiunga il considerevole calo del sostegno dei donatori all’ANP: dal 32% del PIL nel 2008 al 3,5% nel 2019. A Gaza ben l’80% della popolazione dipende dà un’assistenza internazionale instabile: infatti il contributo dei donatori istituzionali che sostengono la Palestina sarà appena di 266 milioni di dollari, il più basso da oltre un decennio.

Già ad aprile 2020, cioè solo un mese dopo l’inizio delle restrizioni dovute alla pandemia, le entrate dell’ANP provenienti dal commercio, dal turismo e dai trasferimenti erano scese ai livelli più bassi degli ultimi 20 anni. Trump azzerò gli aiuti americani ai palestinesi.

Essendo sotto occupazione, l’ANP non dispone degli strumenti di politica economica necessari per affrontare l’enorme sfida posta dalla pandemia. Non ha accesso a prestiti esteri, non ha una valuta nazionale propria, non ha una politica monetaria indipendente e non ha autonomia fiscale. In più, a causa della pandemia, la spesa pubblica è di molto aumentata in ambito sanitario, previdenziale e di sostegno alle imprese.

La capacità di contenere la diffusione del virus è molto limitata dalla carenza di attrezzature sanitarie, tra cui farmaci e materiale sanitario usa e getta. La separazione tra Gerusalemme est, Gaza e Cisgiordania e le restrizioni che Israele impone alla libertà di movimento dei pazienti e del personale sanitario ostacolano a livello strutturale il corretto funzionamento del sistema sanitario palestinese.

L’embargo imposto 13 anni fa lascia Gaza senza materiale sanitario e con un personale medico privo di conoscenze mediche aggiornate. Sono più di 9.000 i pazienti – 1/4 dei quali è malato di cancro – che ogni anno hanno bisogno di cure non disponibili a livello locale e che quindi devono chiedere dei permessi speciali a Israele per lasciare la Striscia di Gaza. La diffusione del COVID-19 non ha fatto altro che peggiorare la situazione. A Gaza vi sono soltanto 87 posti letti di unità di terapia intensiva con ventilatori.

Con una popolazione complessiva di 5,2 milioni di abitanti fra Cisgiordania e Gaza, i palestinesi hanno potuto beneficiare sinora di circa 37mila dosi di vaccino, frutto di donazioni da parte di Russia e di Emirati Arabi Uniti. Israele ne ha concessi circa 2.000 solo per il personale sanitario.

Il governo di Netanyahu ha esteso la vaccinazione ai circa 450.000 suoi cittadini che abitano negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Ma non fa nulla per i palestinesi (salvo quelli di Gerusalemme Est), trincerandosi dietro il fatto che la sanità compete alla ANP, pur sapendo che l’ANP non è in alcun modo uno Stato sovrano. Israele controlla anche i valichi di frontiera di Gaza.

L’agenzia delle Nazioni Unite, che offre aiuti primari a 5,6 milioni di palestinesi, discendenti di quanti furono espulsi in seguito alla creazione dello Stato ebraico, ha dichiarato d’essere priva di fondi, a un passo dalla paralisi.

Intanto la Corte Penale Internazionale ha annunciato l’avvio di un’indagine contro Israele: l’accusa è di crimini di guerra condotti nei territori palestinesi.

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Di EG

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