La democrazia mai esistita in Turchia

Erdoğan, in calo nei consensi e alle prese con una crisi economica senza precedenti, silura il governatore della Banca centrale: è il terzo in meno di due anni. Allo stesso tempo, per conquistare i voti dei conservatori, fa uscire la Turchia dalla Convenzione di Istanbul sui diritti delle donne, col pretesto ch’essa sarebbe contraria alle norme dell’islam e incoraggerebbe divorzio e omosessualità, benché secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità almeno il 40% delle donne turche è vittima di violenza compiuta dal proprio partner, rispetto a una media europea del 25%. Nel 2020 ci sono stati almeno 300 femminicidi e 171 donne sono state uccise in circostanze sospette.

A due anni dalle elezioni, previste per il 2023, Erdoğan e il suo partito AKP sono alle prese con un crollo verticale nei sondaggi, secondo cui, anche contando i voti del partito ultra nazionalista MHP (Lupi Grigi), il presidente non raggiungerebbe la maggioranza del 51% necessaria per governare.

Fu la crisi iniziata 20 anni fa che proiettò al potere lui e il suo partito. Oggi una nuova crisi finanziaria, col crollo della lira turca su dollaro ed euro, fino alla chiusura della Borsa di Istanbul per eccesso di ribasso, rischia di minare il lungo predominio del “sultano”. I tassi d’interesse, con l’obiettivo di frenare l’inflazione e sostenere la lira turca, sono ormai al 20%.

Vengono al pettine i nodi di un’economia speculativa che ha puntato sul denaro a buon mercato per le imprese legate all’AKP (le cosiddette “Tigri anatoliche”), il credito al consumo, l’indebitamento delle imprese, le faraoniche opere pubbliche realizzate senza copertura (gli aeroporti sono ormai mezzi vuoti, come quello di Istanbul, costato 29 miliardi), la colata di cemento dei grandi resort alberghieri e una bolla immobiliare che nessuno sa più come pagare.

Nel 2018 Erdoğan aveva nominato il genero Berat Albayrak nuovo ministro delle Finanze. A un’ora dalla sua nomina, la lira turca aveva perso il 3,8% del suo valore. Alla fine del 2020 ha improvvisamente rassegnato le dimissioni. Aveva contribuito a creare una struttura offshore a Malta e in Svezia per evadere milioni di dollari di tasse per la Çalık Holding, che gestiva come CEO, un enorme conglomerato di 20.000 dipendenti che si occupa di tessile, energia, edilizia, finanza, media, telecomunicazioni e industria mineraria, e che ha sempre goduto di facile credito. Poi come ministro dell’energia e delle risorse naturali aveva promosso la legge “Wealth Peace Act”, per rimpatriare quantità illimitate di denaro contante offshore, senza pagare tasse. Molti ora credono che Erdoğan stia preparando Albayrak come suo successore. Ma anche Devlet Bahçeli, fascista religioso, segretario del MHP, viene indicato come il “leader ombra” della Turchia.

Il Paese è fortemente diviso tra filo-occidentali e filo-islamici e i rapporti sono estremamente tesi con gli alleati della NATO, ma Erdoğan insiste nel suo ruolo di “uomo forte”, senza rendersi conto che convince sempre meno.

Il crollo del turismo per il Covid, che generava la maggior parte delle entrate valutarie, e il calo drastico degli investimenti dall’estero durante la pandemia (ma erano già iniziati nel 2013, all’epoca della rivolta di Gezi Park) hanno assestato un colpo decisivo. La Turchia corteggiata dai mercati è un pallido ricordo.

Sempre più si fa strada la consapevolezza nella popolazione e nelle élite economiche che le imprese militari in Siria, Libia, nel Caucaso e le tensioni nel Mediterraneo orientale per la questione energetica siano state soltanto armi di distrazione di massa per gli 80 milioni di turchi precipitati nella peggiore crisi economica dell’ultimo ventennio.

Erdoğan millanta un potere che non ha più. Ha già perso alle ultime amministrative sia a Istanbul che ad Ankara. È circondato da gruppi di potere politico-affaristici corrotti e vicini a ideologi dell’estremismo di destra-nazionalista.

Ora bisogna vedere quali follie realizzerà da qui al 2023. Di sicuro la UE e il Qatar hanno meno intenzione di sostenere finanziariamente le sue spacconate da bullo di periferia. L’ultima è stata quella di mettere fuori legge l’HDP, il partito curdo progressista d’opposizione e di arrestare il deputato Ömer Faruk Gergerlioğlu, massimo esponente dei quasi 20 milioni di curdi in Turchia. Due anni e mezzo di carcere per un tweet in cui denunciava episodi di tortura avvenuti prevalentemente contro alcune detenute, nelle carceri e nei commissariati di polizia.

Gergerlioğlu era già stato raggiunto dai famigerati decreti KHK varati durante lo stato d’emergenza imposto dopo il fallito golpe del 2016. La sua carriera di prestigioso medico pneumologo era stata distrutta: licenziato dall’ospedale e ridotto in condizione d’indigenza. Essendo stato sospettato di far parte della rete del religioso Gülen, ritenuto la mente del golpe, ha già passato due anni in carcere.

Se sull’HDP dovesse calare la mannaia anche da parte dell’Alta Corte, sarebbe l’ottavo partito filocurdo ad essere bandito per il suo presunto coinvolgimento in attività “terroristiche”. Dal 1963, anno della sua fondazione, l’Alta Corte ha già chiuso 26 partiti, ma già prima della sua costituzione, 18 formazioni politiche erano state eliminate dai tribunali militari ed altre ancora per decisione del Consiglio dei ministri e dei tribunali locali.

In Turchia la democrazia non è mai esistita.

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Di EG

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