La violenza politica nel mondo

ACLED raccoglie dati in tempo reale su luoghi, date, attori, vittime e modalità di eventi di violenza politica e di protesta segnalati in Africa, Medio Oriente, America Latina e Caraibi, Asia, Caucaso, Europa e USA. Cosa dice il rapporto annuale 2020?

Anzitutto la pandemia da Covid, pur avendo fatto fuori più di 2 milioni di persone (oggi siamo a 2,85 mil), ha contribuito a una diminuzione del 22% dei livelli di violenza politica esplicita. Solo in Africa i morti causati da queste manifestazioni non sono diminuiti, anzi qui la violenza politica e gli scontri sono aumentati.

D’altra parte con metà della popolazione terrestre più o meno bloccata in casa o sotto coprifuoco, non ci voleva molto a capirlo: è difficile in queste condizioni fare proteste in piazza o rivoluzioni. Al massimo si reagisce ai colpi di stato, come in Myanmar. Si prevede comunque che grazie ai vaccini aumenteranno di molto i conflitti politici nel 2021. Sarebbe meglio non dar la colpa ai vaccini ma alla corruzione degli Stati.

Infatti da dove viene tutta questa violenza? Dalle stesse forze statali che operano a livello nazionale: per il 52% sono loro gli agenti più attivi di conflitto politico.

I Paesi che hanno registrato il maggior numero di eventi di violenza politica nel 2020 sono prevalentemente quelli che stanno vivendo conflitti convenzionali, come Siria, Yemen, Ucraina e Afghanistan. Il Messico però è in cima alla lista perché la violenza tra le bande del Paese ha creato un ambiente di conflitto esplosivo, che ha conseguenze sui civili. Anche in Brasile è così.

È aumentata anche del 46% l’attività violenta delle cosiddette “milizie d’identità”, cioè i gruppi armati organizzati attorno a una caratteristica comune, che può includere comunità, etnia, regione, religione o mezzi di sussistenza. Soprattutto in Africa: Al Shabaab si attesta tra i primi cinque gruppi armati più attivi e violenti.

In generale i maggiori aumenti di bersagli civili da parte dei gruppi identitari sono stati registrati in Brasile, Nigeria, Iraq, Repubblica Democratica del Congo e Camerun. Ma anche l’India non può essere definito un territorio sicuro, soprattutto nel Kashmir e nel cosiddetto “Corridoio Rosso”. I rapimenti e le sparizioni forzate sono aumentate notevolmente in Nigeria (del 169%), Yemen (del 114%), Siria (del 36%) e Repubblica Democratica del Congo (del 21%).

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Di EG

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