Il problema immane delle scorie radioattive

In Germania, dove già da tempo le energie rinnovabili hanno superato nucleare e carbone, hanno un problema ecologico che non sanno come risolvere. Nella Bassa Sassonia, tra Amburgo e Hannover, nelle storiche miniere di salgemma di Asse, fra il 1967 e il 1979 furono stoccati ben 126.000 fusti di materiale radioattivo, al 90% provenienti da centrali atomiche. Dicono – forse per non allarmare – che la gran parte è a bassa radioattività, poco pericolosa, ma di sicuro 300 fusti circa contengono materiale a media attività (si stimano circa 28 chili di plutonio). Gli esperti erano convinti che non sarebbe successo niente, visto che il sale stava lì da 150 milioni di anni.

Tuttavia, dopo 40 anni, la miniera rischia di collassare, in quanto già 12.000 litri di acqua l’hanno bucata come un groviera, corrodendola, provocando persino delle fenditure nei fusti, i cui materiali hanno già inquinato le acque (lo dicono dal 2008!).

Verso la fine di quest’anno si dovrebbe iniziare a rimuoverli, ma non sanno dove metterli. I depositi scavati nelle profondità della terra, a causa della presenza di vari gas, non sono molto sicuri. Si pensa di convertire una vecchia miniera di ferro di 300.000 mq di spazio in una nuova struttura di stoccaggio. Ma ci vorranno 20 anni, se tutto va bene, per spostare tutti i fusti.

Questo è un problema che hanno molte nazioni nuclearizzate: dopo più di mezzo secolo dall’avvio dei primi programmi nucleari civili, non è attivo nemmeno un deposito al mondo che ospiti definitivamente i rifiuti radioattivi, che invece continuano ad essere stoccati in depositi temporanei.

La Germania deve smaltire ben 10.000 tonnellate di materiale altamente radioattivo, proveniente dalle 17 centrali nucleari che verranno eliminate entro il 2022: una decisione presa dopo il disastro di Fukushima.

E comunque se Atene piange, Sparta non ride. La Sogin, la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, non riesce a trovare alcun deposito nazionale. https://www.depositonazionale.it

Dopo la chiusura delle centrali nucleari, nel nostro Paese sono rimasti 90.000 metri cubi di scorie, di cui il 60% legate allo smantellamento delle 4 centrali dismesse e il restante 40% dalle attività medico industriali, che continueranno a produrre rifiuti radioattivi anche in futuro.

Peraltro nel 2025 ci ritorneranno indietro i rifiuti nucleari che per anni l’Italia ha spedito in Francia e Gran Bretagna per il riprocessamento che ne riduce la radioattività.

Da ultimo, come non ricordare gli oltre 3.000 fusti radioattivi a Statte, paese vicino a Taranto? Il sito di 3.840 mq è sotto sequestro della Procura di Taranto sin dal 2000. Tra i fusti ancora giacenti se ne contano alcuni contaminati dal disastro nucleare di Chernobyl, anche se la maggior parte proviene da attività sanitarie, parafulmini, vetrino con uranio naturale, fili di iridio e altro. Ci vogliono 13 milioni di euro per stoccarli altrove in sicurezza. Ed è sempre la Sogin a doverlo fare.

L’ultima stima di Legambiente del 2019 parla di 31.000 metri cubi di rifiuti radioattivi con 16 siti in otto regioni. Fusti di rifiuti radioattivi si contano anche vicino a Vercelli, Latina, Caserta e Piacenza.

Avatar

Di EG

Webmaster di diariofacebook.it, socialismo.info, quartaricerca.it, homolaicus.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *