In Uganda petrolio contro foresta

Nel 2006, nella regione ugandese di Albertine Graben, è stata calcolata la presenza di circa 6,5 miliardi di barili di petrolio grezzo. Da quel momento hanno avuto inizio i negoziati del governo con le compagnie petrolifere che intendevano ottenere accesso alla terra per la ricerca di petrolio, per la costruzione di strade e di un aeroporto; il tutto in assenza di trasparenza e con un controllo pubblico pressoché minimo.

I progetti di sviluppo sostenuti dal governo sono stati caratterizzati da evacuazioni, migrazione forzata, compensazioni molto basse per i terreni espropriati, violenza, degrado del territorio, perdita dei mezzi di sostentamento e una maggiore presenza militare per “proteggere” gli operai e gli impianti petroliferi.

In Uganda sono le donne le maggiori responsabili della sussistenza e dell’assistenza familiare, ricevendo in cambio ben poco sostegno e investimenti da parte dello Stato. Quasi il 73% delle famiglie ugandesi si dedica all’agricoltura di sussistenza e le donne costituiscono i 3/4 della forza lavoro in agricoltura. Eppure possiedono soltanto il 7% della terra e vengono escluse dai processi decisionali riguardo all’utilizzo della terra stessa. Per questa ragione non possono beneficiare dei pacchetti compensativi offerti dai progetti infrastrutturali.

Il petrolio è un disastro per loro. I funzionari delle società petrolifere distruggono i loro raccolti passandoci sopra con trattori, livellatrici, cavi e camion. Non si chiede il loro consenso, né vengono preavvisate: semplicemente vengono sfrattate. La possibilità di far ricorso alla giustizia è minima.

Il governo fa promesse mirabolanti: più posti di lavoro, ricollocazione su terre fertili, ospedali migliori, scuole e altre infrastrutture e pieno risarcimento per la cessione della terra. Ma poi non le mantiene.

Chi viene sfrattato dalla propria terra, anche solo per la deforestazione, senza venire ricollocato, spesso finisce in uno dei campi per sfollati interni dell’Uganda (Internally Displaced Persons camps). Per sopravvivere si svolgono lavori occasionali o ci si prostituisce nei dintorni dell’azienda (non solo petrolifera) che ha preso il posto delle loro abitazioni.

Per questo motivo è nato il Mbibo Zikadde Women’s Group in Uganda: un movimento eco-femminista che ha tracciato un collegamento molto stretto tra la violenza contro la natura e la violenza contro le donne, in quanto considera interconnessi la salute e il benessere di entrambi. Alcuni gruppi di donne ripiantano gli alberi nelle foreste saccheggiate, che un tempo costituivano una foresta pluviale protetta: ne perlustrano i confini in cerca di eventuali taglialegna illegali. Vogliono costruire un’alternativa al capitalismo, procurandosi di che vivere in maniera sostenibile, facendo riferimento ad antiche pratiche locali. Ripristinano tante varietà di semi autoctone che pensavano d’aver perso, senza usare pesticidi e diserbanti. In tutta l’Uganda la copertura forestale è diminuita dal 24% della superficie totale nel 1990 al 9% nel 2015!

https://www.gaiafoundation.org/how-women-in-uganda-are-reviving-indigenous-seed/
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Di EG

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