Abbiamo una nostra base militare in Africa

Il nostro governo ha autorizzato la “Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger – MISIN” (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger). Lo dice il sito della Difesa.

Cioè a luglio avremo la nostra prima base militare, interamente italiana, in Africa occidentale, mai discussa né approvata in parlamento. E questo semplicemente perché la UE vuole controllare il Sahel e l’intera fascia sub-sahariana, dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea, stabilizzando il più possibile la Libia. Naturalmente abbiamo dovuto chiedere il permesso agli USA.

Già in Mali è arrivato il primo contingente delle forze armate italiane (200 uomini) da impiegare nella controversa missione internazionale “Takuba” in Sahel, sotto il comando dello stato maggiore di Parigi.

Il pretesto resta quello più usato negli ultimi tempi: lottare contro il terrorismo internazionale (che in Africa è di matrice islamica), contro l’immigrazione illegale e contro la criminalità transazionale organizzata. Il vero motivo bisogna chiederlo alle industrie estrattive, ovvero alle transnazionali energetiche, francesi in testa, in una regione ricchissima di idrocarburi e uranio.

Secondo la legge di bilancio 2021, MISIN prevede una presenza in Niger e presso il Defence College in Mauritania “fino a un massimo di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei”. Si tratta di team specializzati in operazioni di ricognizione, comando e controllo; personale per l’addestramento delle unità nigerine (che devono saper combattere anche nei centri abitati); team sanitari e del genio per lavori infrastrutturali; una squadra per le rilevazioni contro le minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari; unità per la raccolta di informazioni d’intelligence e la sorveglianza. Sino ad oggi quasi tutto il personale italiano è ospitato nella base aerea 101, controllata dalle forze armate francesi accanto all’aeroporto internazionale “Diori Hamani” della capitale Niamey. Lo scalo è messo a disposizione pure delle unità aviotrasportate di US Africom, il comando statunitense per le operazioni nel continente africano.

Oltre che in Niger, le unità di pronto intervento GARSI (gestite dagli spagnoli) sono state istituite anche in altri paesi del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Senegal) grazie a un generoso contributo della UE attraverso il Fondo d’emergenza per l’Africa (66 milioni e 600 mila euro).

Insomma non sappiamo fare altro in Africa per risolvere i problemi causati dal nostro sfruttamento economico.

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Di EG

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