Saltati i progetti economici tra Cina e Australia

Il 21 aprile il governo australiano ha annullato l’accordo dello Stato federato del Victoria relativo alla “Nuova Via della Seta” di Pechino, dichiarandolo incoerente con la politica estera e gli interessi nazionali dell’Australia.

Al momento circa 70 Paesi (tra cui l’Italia) hanno firmato un memorandum d’intesa per la “Belt and Road Initiative”, ma l’Australia vi ha già rinunciato, per gli stessi motivi della Sierra Leone, che nel 2018 ha annullato un progetto di costruzione da 400 milioni di dollari per un aeroporto che sarebbe stato interamente costruito e gestito dalla Cina.

Il governo è spaventato soprattutto dal fatto che Pechino vuol usare solo imprese statali per realizzare il suo progetto. In tal modo è più facile al Pcc gestire la propria strategia di fusione civile-militare, secondo cui qualsiasi società cinese (e qualsiasi tecnologia civile) può essere utilizzata per scopi militari in qualsiasi momento.

Ma il governo teme anche la cosiddetta “diplomazia della trappola del debito”, secondo cui la Cina tende a offrire, tramite istituti di credito controllati dallo Stato, prestiti che, seppur a tassi agevolati, risultano talmente grandi che nessun Paese partner potrebbe permettersi di restituire nei tempi previsti, almeno non per determinati progetti. Sicché gli enormi oneri di debito potrebbero alla lunga comportare una perdita della sovranità politica delle nazioni mutuatarie.

Ad es. nel dicembre 2017 il governo dello Sri Lanka ha accettato di cedere l’intero porto di Hambantota con un contratto di locazione di 99 anni, in compensazione del suo debito da 1,4 miliardi di dollari. Il porto, nelle mani dei cinesi, sta diventando un punto strategico chiave per il controllo dell’Oceano Indiano. E la Cina è diventata uno dei maggiori investitori esteri nell’isola.

Ma anche a Gibuti, nel Corno d’Africa, è avvenuto lo stesso: qui la Cina è riuscita ad assicurarsi il controllo del principale porto strategico e a creare una base militare come parte dell’infrastruttura. E in Papua Nuova Guinea il Pcc è già in grado di controllare il Paese con le proprie telecomunicazioni.

Gli USA, comunque, avevano già minacciato il governo australiano che se avesse fatto affari coi cinesi, l’intera Australia sarebbe stata scollegata dalle infrastrutture delle telecomunicazioni, cioè non avrebbe più potuto far parte dell’alleanza di intelligence e spionaggio chiamata “Five Eyes” (Cinque Occhi), che include anche Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito (il famigerato “Echelon”, coi suoi satelliti spia, cavi sottomarini del web, centrali telefoniche ecc.).

Tuttavia nel 2017 la Nuova Zelanda è diventata la prima nazione occidentale a firmare un memorandum d’intesa non vincolante per aderire alla “Nuova Via della Seta”. Questo perché la Cina resta il più grande sbocco commerciale della Nuova Zelanda, col 29% dell’export che si riversa nello Stato comunista. E al governo non sembra importare nulla di restare nell’accordo dei “Five Eyes”.

Avatar

Di EG

Webmaster di diariofacebook.it, socialismo.info, quartaricerca.it, homolaicus.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *