La fame nel mondo aumentata con la pandemia

Le proiezioni del World Food Programme (WFP) per il 2021 sono molto preoccupanti. Nel suo ultimo rapporto (“Hunger Hotspots: FAO-WFP early warnings on acute food insecurity“) vi è una lista di 20 Paesi le cui popolazioni, nell’immediato futuro, saranno stremate dalla crescita vertiginosa della fame acuta.

Senza una mobilitazione d’emergenza pari ad almeno 5,5 miliardi di dollari, da accompagnarsi a un cessate il fuoco globale e alla garanzia di rapido accesso agli aiuti salvavita per le comunità vulnerabili, le regioni più povere del mondo raggiungeranno, a causa della pandemia, i peggiori punti critici della scala IPC (Quadro integrato di classificazione della sicurezza alimentare).

Sono 270 milioni le persone strette nella morsa della fame in tutto il mondo. Dal Sahel all’Afghanistan, dal Congo alla Siria, dalla Somalia al Mozambico, fino al Venezuela: 174 milioni di loro stanno già soffrendo livelli critici di insicurezza alimentare. Per 34 milioni è ormai emergenza, e lo spettro della carestia si fa sempre più incombente. Yemen, Sud-Sudan e Nigeria settentrionale sono a un passo dalla catastrofe.

Solo nello Yemen, straziato da una guerra ormai lunga sei anni, 16 milioni di persone soffrono la fame: 1,2 milioni di madri e 2,3 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni rischiano la malnutrizione acuta; 400mila di loro moriranno entro l’anno se non s’interverrà immediatamente. Era già la più grave crisi umanitaria al mondo, ma adesso rischia di diventare la più grande carestia della storia moderna.

La Siria è una nazione al collasso: 6,7 milioni di sfollati, tra cui 2,5 milioni di bambini, oltre che altrettanti rifugiati sparsi per il mondo, sono il frutto del conflitto decennale che ha lasciato sul terreno quasi mezzo milione di morti. Più di 12 milioni di persone stanno faticando a sfamarsi; tra loro, 1,7 milioni degli sfollati baraccati nei campi sono totalmente dipendenti dall’assistenza umanitaria.

Quella della Repubblica Democratica del Congo è la storia di una delle zone più logorate del mondo. Disastri naturali, crisi sanitarie, instabilità economica e politica, e, più di tutto, 30 anni di brutali guerre endemiche. Il costo umano terribilmente alto: 5,5 milioni di sfollati, ammassati in insediamenti sovraffollati senza sicuro accesso all’acqua, all’assistenza sanitaria e agli altri servizi di base; per oltre 27 milioni di persone vi è una carenza di cibo tale da farne la più grande emergenza fame del mondo. 3,3 milioni di quanti non hanno ancora compiuto cinque anni sono già gravemente colpiti dalla fame.

Gli sfollati della provincia di Cabo Delgado, nel Nord-Est del Mozambico, erano 70 mila l’anno scorso. Adesso sono 700 mila, e saranno un milione entro giugno. La metà sono bambini.

A tutt’oggi sono 80 milioni le vittime di migrazione forzata nel mondo: è il dato più alto di sempre, l’1% dell’umanità in fuga.

Eppure più della metà di quanti sono costretti ad abbandonare le proprie case per via degli effetti devastanti di conflitti armati, persecuzioni, calamità e gravi condizioni di insicurezza, non ha mai valicato i confini del proprio Paese. Sono le persone più vulnerabili del mondo, che spesso si trovano a vivere vicino a zone di conflitto, lottando per accedere ai loro diritti fondamentali, ai servizi essenziali e all’assistenza di cui hanno disperatamente bisogno. Per loro nessuno status giuridico speciale, né specifiche misure di protezione. La responsabilità della loro tutela e del rispetto dei loro diritti umani dipende da governi, che però quasi mai hanno la volontà, né tantomeno la capacità, di prendersene cura.

Il conflitto guida la fame, e quando la fame si trasforma in carestia, questa poi guida il conflitto. I costi della violenza sono immensi: solo nel 2019, 14,5 mila miliardi di dollari, cioè il 15% del PIL globale.

https://www.wfp.org/publications/hunger-hotspots-fao-wfp-early-warnings-acute-food-insecurity-march-july-2021-outlook
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Di EG

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