Le rose in Kenya non profumano per niente

Nairobi, capitale del Kenya, costruita dalla colonizzazione britannica (1899) come deposito ferroviario dell’Uganda Railway, si liberò degli inglesi nel 1963, ma fino a un certo punto, in quanto sono ancora loro che gestiscono i gangli economici del Paese.

È passata dai 25mila abitanti degli anni ’20 ai 4,5 milioni odierni, con una proiezione di crescita, secondo l’ONU, del +4% medio annuo almeno fino al 2030. È la più grande città dell’Africa orientale e tra le dieci più grandi dell’intero continente. Secondo l’ONU è fra le città meno sicure del mondo per rapine a mano armata, violazioni di domicilio e furti d’auto.

Pur essendo uno dei cuori commerciali e finanziari dell’Africa (vi sono numerose multinazionali e la quarta borsa africana in termini di volume degli scambi), gli abitanti hanno un gravissimo problema di reperibilità di acqua potabile.

La situazione è talmente critica che nonostante la grande diga sul fiume Thika (70 milioni di metri cubi di capacità), la città è ancora esposta al ciclo delle stagioni e solo il 50% della popolazione ha accesso diretto all’acquedotto, con un tasso di dispersione idrica intorno al 40%. Di fatto in città mancano circa 260 milioni di litri d’acqua al giorno.

Anche sul piano abitativo la situazione è molto critica: un centinaio di baraccopoli, stracolme di miseria e povertà e prive di qualsiasi servizio essenziale, ospitano due milioni di abitanti. Sono le condizioni ideali per l’aumento della criminalità esistente e l’incessante progressione della pandemia, che ormai tocca quota 70mila casi in città.

La crisi è aggravata dall’intenso via vai dalle aree rurali del Paese, dalle quali provengono migliaia di persone che cercano nella capitale una vita migliore, anche se adesso si assiste al fenomeno inverso: per paura del contagio e per sfamarsi molti han cercato di tornare ai villaggi rurali a coltivare i campi. Stare in città non serve a niente.

Circa il 75% della forza lavoro della città guadagna meno di 500 dollari al mese, il 91% vive in affitto, anche a causa degli elevati interessi sui mutui.

In Kenya la disoccupazione giovanile sfiora il 40%. Le scuole sono chiuse da oltre un anno, a causa della pandemia. Il turismo (sua entrata economica più significativa) è morto. Nairobi era la capitale dei safari: quelli col binocolo avevano sostituito la caccia grossa dei decenni passati. Molti negozi sono chiusi anche per mancanza di generi di consumo. Sembra di essere tornati all’inizio del XX sec., quando la città, martoriata dalla peste bubbonica, venne bruciata del tutto.

Vari quartieri sono una discarica a cielo aperto. Intorno alla città sorgono industrie manifatturiere di abbigliamento, tessuti, materiali da costruzione, alimentari, sigarette, pneumatici Goodyear, la Toyota, la General Motors, la General Electric, la Coca Cola, la Celtel. Persino le Nazioni Unite hanno posto qui il quartier generale del Programma sull’Ambiente e sugli Insediamenti umani. Ora è tutto chiuso, tranne l’industria dei fiori.

In questa industria ci lavora una manodopera senza contratto a tempo indeterminato, che guadagna circa 40 euro al mese e ha orari massacranti. Ogni giorno partono un milione di fiori per i mercati europei (per San Valentino raddoppiano). Se una donna resta incinta perde il posto. In molti casi le donne sono vittime di ricatti sessuali da parte dei capi. Non c’è alcun sindacato, non ci sono diritti. Non c’è rispetto di norme sanitarie o igieniche, nemmeno adesso per l’epidemia. Se qualcuno si ammala o muore c’è chi lo sostituisce. La presenza di fertilizzanti e pesticidi può determinare infezioni nei lavoratori. Di certo inquina le acque reflue e così anche il lago Naivasha risulta contaminato. La gente che lavora qui non sa le rose, una volta giunte in Europa, verranno comprate per essere regalate: on pratica si coltivano le rose per farle appassire in un vaso.

Il suddetto lago ha una superficie di 115 kmq e per coltivare un metro quadro di rose servono 7 litri di acqua al giorno. Così il lago si abbassa giorno dopo giorno. Verrà il momento in cui gli animali del Naivasha non avranno più il lago dove abbeverarsi e quelli che l’avranno fatto saranno morti per avvelenamento. Qui è la multinazionale olandese Sher Agencies che comanda, naturalmente in un regime di detassazione o di fiscalità agevolata. In Kenya il mercato florovivaistico garantisce la sopravvivenza di due milioni di persone. È il Paese che attira la maggior parte degli investimenti stranieri nel settore, dopo il tè, per più di 500 milioni di dollari l’anno. È al 5° posto al mondo col 3,6% della produzione globale, ma per la UE è un Paese chiave: tra il 35% ed 40% delle rose vendute viene dalle coltivazioni ad alta quota del Kenya.

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Di EG

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