Il caso Regeni è chiuso? Probabilmente sì

I pubblici ministeri egiziani hanno espresso “riserve” nei confronti delle conclusioni cui sono giunti i magistrati italiani sul caso Regeni, per cui non hanno intenzione di trovare gli assassini, anzi, vogliono chiudere il processo, tanto sanno benissimo che, a causa degli alti interessi economici che legano i due Paesi, il nostro governo non richiamerà mai in patria il proprio ambasciatore, né metterà mai in atto alcuna forma di embargo.

E così non solo Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso (la madre l’ha riconosciuto solo dalla punta del naso!), ma ne hanno anche macchiato la reputazione screditandolo, mentendo e ingannando.

A dire falsità ci si è messo pure Matteo Renzi, ch’era primo ministro al momento dell’omicidio, avendo dichiarato che il suo governo era stato informato del rapimento solo il 31 gennaio 2016, per cui non aveva potuto reagire tempestivamente. Come noto, il ministero degli Esteri italiano ha respinto le dichiarazioni dell’ex premier, sostenendo che le istituzioni governative italiane e i servizi segreti erano stati informati sin dalle prime ore dopo la scomparsa di Giulio il 25 gennaio 2016.

È poi apparso un documentario egiziano che mette in cattiva luce la figura di Regeni. Si trova su Youtube in un canale che si chiama “The story of Giulio Regeni”, al quale è associata anche una pagina Facebook. https://youtu.be/YjrHY3sECN4

Il filmato, in lingua araba con sottotitoli in italiano, si presenta come “il primo documentario che ricostruisce i movimenti strani di Giulio Regeni al Cairo”. Compaiono anche le interviste all’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, al senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri e all’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare Leonardo Tricarico. Tutti e tre hanno preso le distanze da quanto viene riportato nel docufilm. È chiaramente un’operazione egiziana di depistaggio per delegittimare l’attività della Procura di Roma, la quale ha messo sotto accusa 5 imputati appartenenti ai servizi segreti egiziani: Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim e Abdelal Sharif.

Nell’atto di chiusura delle indagini i pm romani parlano di sevizie durate 9 giorni, che causarono a Regeni acute sofferenze fisiche messe in atto anche attraverso oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni. Torture avvenute nella stanza n. 13 di una villetta al Cairo.

Gasparri, dopo la pubblicazione del documentario, si è difeso: “Ho rilasciato un’intervista a un giornalista egiziano, di cui ho il filmato, in cui ho detto che bisogna indagare sull’Università di Cambridge, dove ci sono docenti probabilmente vicini ai Fratelli musulmani. Anche i giudici della Procura di Roma, com’è noto, si sono recati in Inghilterra senza aver ottenuto alcuna risposta. Ma nessuna parola di discredito su Regeni”. L’ex ministra Trenta ha definito il documentario vergognoso e inaccettabile, un modo per “infangare” Regeni.

Il generale Tricarico si è spinto più in là, dicendo che bisognava indagare di più su Cambridge, perché secondo lui i “mandanti dell’omicidio sono in Gran Bretagna”. Ha poi sostenuto che “la politica estera di un Paese deve essere la sintesi degli interessi nazionali e non essere ostaggio di un singolo caso, per quanto doloroso”. In altre parole “ci sono interessi colossali tra Italia ed Egitto nel settore energetico e questo potrebbe aver disturbato qualcuno. Non va esclusa l’ipotesi di un terzo attore”.

Qui si può aggiungere che la collaborazione tra Italia e Egitto non riguarda solo il settore petrolifero (in cui la multinazionale ENI ha un ruolo centrale), ma anche quello degli armamenti (commesse Fincantieri e Leonardo).

Il che però non implica che l’Italia possa esercitare un’influenza significativa sul Mediterraneo orientale, analogamente alle iniziative poste in essere dalla Turchia. Semmai è l’Egitto a ritagliarsi un ruolo sempre più importante a livello geopolitico in questo mare in funzione antiturca, grazie al sostegno militare ed economico non solo dell’Italia ma anche della Francia e della Germania. È stato proprio grazie all’ENI che l’Egitto ha riacquistato la piena capacità di soddisfare la domanda interna di gas e può destinare la produzione eccedente all’export.

Di EG

Webmaster di diariofacebook.it, socialismo.info, quartaricerca.it, homolaicus.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *