La Cina in Grecia è già una potenza di tutto rispetto

Nel 2019 più di 7 trilioni di euro di investimenti diretti esteri sono approdati nella UE, segno della grande capacità attrattiva del nostro mercato comune. In particolare la Cina si sta comprando il mondo per sviluppare la Nuova Via della Seta. Ma bisogna fare attenzione – dicono in Europa – che gli stranieri rispettino le stesse regole cui sono tenuti i competitor europei, altrimenti sarebbe meglio rinunciare a tutti questi investimenti esteri.

Guardiamo infatti cosa è successo in Grecia, col porto del Pireo, il più grande di tutta la Grecia. Travolto dalla crisi finanziaria del 2008, il Paese, governato da Giorgos Papandreou, vendette alcuni asset nazionali per ripagare i debiti e scongiurare un default dello Stato e l’uscita della Grecia dall’eurozona. Tra gli asset inseriti nel vasto programma di privatizzazioni i tedeschi di Fraport (Frankfurt airport services worldwide) si presero per 40 anni la gestione di 14 aeroporti regionali per 1,2 miliardi, mentre un fondo immobiliare anglosassone comprò gli alberghi a 5 stelle di Astir Palace per 400 milioni. Con questa privatizzazione imposta dalla Troika per concedere un prestito MES ad Atene, si fa iniziare la colonizzazione tedesca in Grecia.

Tuttavia il pezzo pregiato era senza dubbio il porto di Atene. Ad accaparrarselo fu il gruppo Cosco (China Ocean Shipping Company): colosso statale cinese, all’epoca quinta, poi terza compagnia di navigazione al mondo dopo la danese Maersk e la svizzera Msc.

Il terminal cargo del Pireo (con un’area di stoccaggio di 900 mila metri quadrati) è diventato il principale porto del Mediterraneo orientale e il quarto nella classifica dei porti più trafficati d’Europa (dietro Rotterdam, Anversa e Amburgo), cioè movimenta da solo un traffico di merci superiore a tutti i porti italiani messi insieme. È tra i primi 40 porti al mondo ed è il più grande porto passeggeri d’Europa e il terzo nel mondo, col transito di oltre 20 milioni di persone ogni anno. Ecco perché la Cosco, che in tutto pagherà soltanto un miliardo di euro, si è impegnata a costruirne un altro porto e a edificarvi quattro hotel di lusso.

Ormai i cinesi gestiscono il 67% della sua proprietà e vogliono restarci fino al 2052, quando scadrà la concessione. Inizialmente assunsero mille portuali greci senza alcuna preparazione specifica e senza tutele sanitarie e previdenziali adeguate. Oggi sono diventati diecimila e non è che i diritti sindacali siano migliorati. Di fatto Cosco ha creato nel Pireo un proprio “Stato”. E questo è potuto avvenire proprio a causa delle politiche di austerità praticate dalla UE durante la crisi del debito, oggi considerate unanimemente superate.

Ora però Bruxelles sta ponendo dei paletti alle imprese estere che vogliono comprare importanti strutture commerciali della UE, cioè non vuole permettere ai singoli Paesi di comportarsi in maniera autonoma, vendendo i propri gioielli di famiglia al miglior offerente. È difficile infatti gareggiare con la Cina in un’asta pubblica.

Senonché Cosco ha già molte partecipazioni anche in altri scali europei, come p.es. nei terminal container di Rotterdam, Anversa, Zeebrugge, Bilbao, Valencia e negli scali ferroviari di Madrid e Saragozza, mentre un altro colosso pubblico di Pechino, China Merchant, detiene una quota di minoranza a Marsiglia.

Ormai è tardi per opporsi alla Cina. Tant’è che quando la Grecia ha deciso di mettere in vendita anche il porto di Salonicco, si è formato subito un consorzio franco-tedesco per impedire che lo comprassero i cinesi, i quali comunque sono riusciti a far parte di tale consorzio.

La stessa Atene si sta opponendo alle dichiarazioni della UE con cui si critica il governo di Pechino di non rispettare i diritti umani. Anche perché è intenzionata a mettere sul mercato una quota del 35,5% della compagnia energetica Hellenic Petroleum, e una quota del 5% della Ote, la maggiore azienda di telefonia del Paese.

Di EG

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