I nuovi rapporti tra Cina e Vaticano

L’accordo stipulato tra il Vaticano e Pechino nel 2018 è il risultato di 40 anni di dialogo molto difficile. In virtù di esso la Cina per la prima volta riconosce il papa come leader della Chiesa cattolica universale, mentre il papa riconosce i vescovi scelti dal Partito comunista.

L’accordo è così importante che il contenuto è tuttora segreto, proprio perché regola una delle principali controversie che hanno influenzato i rapporti tra i due Stati a partire dal 1949: la nomina dei vescovi cinesi. Ricordiamo che nel 1958 Pechino nominò i primi due vescovi senza l’approvazione del papa: da allora, in totale, sono stati 7, tutti scomunicati dal Vaticano.

Pare che l’accordo preveda che il papa abbia diritto di veto sulla loro designazione da parte del Pcc, mentre quest’ultimo sceglierebbero i candidati da presentare al Vaticano. Oltre a questo il governo cinese consentirebbe a tutti i vescovi cinesi di riconoscere l’autorità del papa. Dal 2018 non vi sono ancora state nomine vescovili nel Paese.

Ufficialmente non esiste alcun vero concordato, ma probabilmente si è posto un nuovo modus vivendi, che consiste appunto nel risolvere lo scisma interno alla Chiesa cattolica cinese tra la Chiesa cattolica patriottica (istituita dal Pcc nel 1957) e la Chiesa cattolica clandestina, che riconosce soltanto nel pontefice l’autorità spirituale e politica della Chiesa cattolica universale. In Cina vivono circa 12 milioni di cattolici, mentre i vescovi “occulti” (almeno fino a ieri) sarebbero una trentina. I cattolici fedeli al papa sono sempre stati naturalmente oggetto di repressione.

La Curia romana dovrà però assicurare di svolgere un’autonoma politica internazionale, non dipendente da alcuna potenza occidentale. Una cartina di tornasole di tale autonomia, che ha convinto i cinesi sulle effettive intenzioni del Vaticano, l’ha offerta quest’ultimo in occasione del rinnovo del suddetto accordo nell’ottobre 2020, quando gli USA, inutilmente, han fatto pressioni tramite Mike Pompeo, ex Segretario di Stato dell’amministrazione Trump. Il cardinale Parolin, Segretario di Stato Vaticano, ha dichiarato la volontà della Santa Sede di rinnovare l’accordo con la Cina per altri due anni ad experimentum.

Da parte cinese la volontà di rispettare il trattato sembra abbia un duplice vantaggio. Pare che Xi Jinping abbia iniziato a considerare le comunità cattoliche, di regola coinvolte nella sanità, nell’istruzione e nell’assistenza sociale, come una forza utile per combattere la povertà e le sperequazioni sociali. Non solo, ma a livello di politica estera l’intesa con la Santa Sede potrebbe anche permettere a Pechino di risolvere pacificamente la questione di Taiwan, nel senso che il Pcc spera di annettersi l’isola proprio grazie alla mediazione diplomatica del Vaticano.

Non a caso il papa ha sempre evitato di criticare i cinesi sulla politica autoritaria adottata dal Pcc a Hong Kong, sulle vicende del popolo tibetano e della minoranza musulmana degli Uiguri, nonché sulle vessazioni che subiscono i cristiani in Cina. Ha sempre evitato d’incontrare il Dalai Lama. Eppure in Cina si stanno intensificando le limitazioni ai credenti in generale, nel quadro della “sinizzazione” delle religioni, che sta diventando “nazionalizzazione”, se non allineamento al Pcc.

Il Vaticano ha rapporti con Taiwan dalla metà degli anni ’50, dopo che nel 1940 la Cina comunista aveva espulso il nunzio apostolico dal proprio territorio e dopo che le relazioni diplomatiche tra i due Stati s’interruppero definitivamente nel 1951. Pechino ha sempre chiesto di rompere i rapporti con l’isola, ma nessun pontefice l’ha mai fatto. A tutt’oggi il Vaticano è l’unico alleato diplomatico europeo di Taiwan.

Di EG

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