Flussi migratori anche dalle Canarie

Quando si parla di migrazioni dall’Africa verso l’Europa si tende a ridurre il fenomeno al Mediterraneo. Ma c’è anche la rotta atlantica, crocevia tra l’Africa Occidentale e l’arcipelago delle Isole Canarie: il passaggio marittimo più pericoloso per raggiungere l’Europa a causa dell’alto rischio di naufragi e delle grandi distanze da percorrere.

La rotta verso l’arcipelago spagnolo è un canale utilizzato da migliaia di migranti già dalla fine degli anni ’90, quando vennero registrati i primi naufragi. Ma è soprattutto negli ultimi anni che l’arcipelago spagnolo è diventato una delle porte d’accesso preferenziali per i migranti diretti verso l’Europa. Le Canarie distano 100 km dalle coste del Marocco.

Lo scorso 7 aprile la Commissione spagnola di soccorso ai rifugiati ha presentato un report in cui denuncia che le Isole Canarie, con l’aumento degli arrivi, stanno diventando un polo di “situazioni disumane” in violazione delle stesse leggi spagnole, attraverso “arresti e privazioni di libertà senza protezione legale, mancanza di assistenza legale ai migranti e, per questo, mancanza di attenzione per i bambini che viaggiano da soli, potenziali vittime di tratta…”.

L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni riporta che lo scorso anno 23.023 individui, la maggior parte dei quali originari del Marocco, Senegal, Gambia, Mali e Mauritania, hanno raggiunto le Canarie, segnando un incremento del 756% (!) rispetto allo stesso periodo del 2019. I decessi registrati sono stati 850, ma i numeri sono approssimativi.

Molti emigrano anche solo per effetto dei cambiamenti climatici globali. In alcune zone del Marocco, p.es., l’acqua è diventata così rara che spesso questa viene dirottata dai terreni agricoli alle famiglie, lasciando i campi completamente asciutti. In Senegal taluni accordi di pesca hanno comportato quasi l’esaurimento delle riserve ittiche al largo delle coste, a causa delle numerose flotte straniere provenienti soprattutto dalla Cina e dall’Europa che si aggirano nei mari al largo dell’Africa occidentale e che spesso operano in situazioni di assoluta illegalità. La pesca industriale ha fatto perdere il lavoro a centinaia di pescatori dediti alla pesca artigianale.

E questo senza parlare delle guerre che da un decennio si stanno consumando in Mali o in Burkina Faso, o del terrorismo che continua a flagellare numerosi Paesi africani, o delle numerose dittature.

D’altra parte l’aumento del numero di persone che decide d’intraprendere questa rotta è anche una conseguenza del fatto che nel 2020 le barriere delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla sono state innalzate di ulteriori quattro metri, rendendole di fatto invalicabili: le scale di fortuna non bastano più. Inoltre vi è stata una progressiva militarizzazione delle acque del Mediterraneo e un aumento considerevole delle violazioni dei diritti umani in Libia, che resta comunque un accesso inevitabile per il Mediterraneo.

In risposta all’aumento delle partenze, il governo spagnolo ha provveduto al rimpatrio dei migranti, stabilendo accordi bilaterali coi Paesi d’origine, i quali però (soprattutto Marocco, Senegal e Mauritania) usano il fenomeno migratorio come forma di pressione per ottenere sussidi da parte della UE (cosa che, d’altra parte, fa anche la Turchia).

Gli accordi bilaterali pretesi dalla Spagna prevedono che il Paese firmatario accetti di rimpatriare i migranti di qualsiasi nazionalità espulsi dalle Canarie. Il governo di Sanchez inoltre ha annunciato una nuova strategia, “Africa Focus 2023”, che vedrà maggiori investimenti finanziari in vari Paesi africani per invogliare i giovani a non emigrare. Inoltre Madrid s’impegnerà a chiedere la cancellazione del debito per i Paesi africani alle prossime riunioni del G20. Infine invierà una nave da guerra nel Golfo di Guinea per combattere la pirateria e aumentare la sicurezza nella regione.

Tuttavia l’Africa è allo stremo per colpa di quei Paesi industrializzati che vogliono sfruttarne le immense risorse dandole in cambio solo le briciole, se non addirittura una grande devastazione ambientale. Intanto uno studio dell’UNICEF ha affermato che nei prossimi anni 50 milioni di africani si troveranno in situazione di estrema povertà a causa dell’impatto economico del Covid-19: impossibile che non aumentino i flussi migratori verso l’Europa.

Di EG

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