I sionisti vogliono Gerusalemme est e tutta la Cisgiordania

Un articolo di “Eurasia” spiega bene com’è nata l’attuale guerra in Palestina.

I sionisti vogliono sfrattare le famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Al momento han cercato di farlo con 5 delle 28 famiglie che vivono lì dal 1948. Di fatto sono dei rifugiati, visto che vennero cacciati dalle loro precedenti abitazioni in seguito al primo conflitto arabo-israeliano.

Il tentativo di sfratto è stato sollecitato da diverse organizzazioni di coloni, tra cui spiccano Nahalat Shimon (che punta all’espulsione di tutti i Palestinesi dall’area) e Ataret Kohanim (movimento teoricamente d’ispirazione religiosa, ma ben legato alla “destra” radicale sionista uscita vittoriosa dalle recenti elezioni). Entrambi i gruppi sostengono il progetto “Greater Jerusalem”, volto alla trasformazione demografica della città vecchia di Gerusalemme, che nello stesso nome richiama un altro progetto sionista: quello del “Grande Israele” dall’Eufrate al Nilo progettato da Theodor Herzl.

Le rivendicazioni sioniste si fondano su una legge, emanata dopo l’occupazione di Gerusalemme Est nel 1967: ai sionisti discendenti da ebrei che abitavano l’area prima del 1948 è consentito di avanzare diritti di proprietà sui territori in cui vive una fascia della popolazione alla quale è negato qualsiasi diritto.

Il Patriarcato latino di Gerusalemme ha condannato la violenza utilizzata contro i fedeli musulmani che si recano a pregare nella moschea di al-Aqsa, e ha parlato di “tentativo ispirato da un’ideologia estremista che nega il diritto di esistere a chi abita nella propria casa”. A fargli eco è stato il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, che per voce di Monsignor Atallah Hanna, già vittima di diverse aggressioni sioniste, ha chiamato cristiani e musulmani a difendere insieme la città.

La seconda causa del conflitto bellico è stata la volontà provocatoria di far passare per il quartiere arabo la cosiddetta “marcia delle bandiere” nel giorno in cui il sionismo celebra l’occupazione della parte orientale della città.

Non si possono dimenticare, a questo proposito, gli scavi effettuati sotto la moschea di al-Aqsa, volti a minarne le fondamenta, o la celebre “passeggiata” nella spianata delle moschee (che scatenò la seconda Intifada) del criminale di guerra Ariel Sharon, responsabile sia delle uccisioni di inermi contadini palestinesi a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso per mano della sciagurata Unità 101, sia del massacro di Sabra e Shatila nei campi profughi di Beirut nei primi anni ’80.

L’occupazione sionista della parte orientale di Gerusalemme nel 1967 ha già largamente prodotto i suoi devastanti effetti. Uno dei primi provvedimenti presi dagli occupanti, infatti, fu quello di radere al suolo un intero quartiere (dall’enorme valore storico) della città vecchia per realizzare un piazzale di fronte al “muro occidentale”.

Insomma i tanto ostentati “Accordi di Abramo” (prodotto del trumpista accordo-truffa del secolo), ben lungi dall’essere accordi di pace, sono solo degli accordi militari-commerciali che in nessun modo possono risolvere il problemi della Palestina e del suo popolo negandone l’esistenza. Anzi tramite quegli accordi i sionisti sono intenzionati a occupare tutta la Cisgiordania. Già adesso Tel Aviv sta tagliando le forniture d’acqua alla West Bank per incrementare il malcontento sociale e destabilizzare gradualmente il Paese.

Di qui il fatto che la Turchia di Erdogan, con uno slancio propagandistico, si stia presentando come protettrice della Palestina (ruolo al quale non possono più ambire le Monarchie del Golfo, terribilmente compromesse col sionismo). Sembra però che l’“Occidente” sia più propenso a vedere la Turchia (membro della NATO) nel ruolo di patrono della causa palestinese, piuttosto che lasciare che in tale ruolo subentri la Repubblica Islamica dell’Iran.

Di EG

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