Esistono anche due milioni di arabo-israeliani

Lungo art. condivisibile del sito ilpost.it sulla situazione in Israele e Palestina.

A quanto pare se è vero che i sionisti vincono tutte le guerre coi nemici esterni, è anche vero che i 2 milioni di arabo-israeliani che hanno al loro interno stanno cominciando a diventare un serio problema. A fronte della decisione presa dal governo nazionalista di destra di Netanyahu nel 2018 di considerare Israele, per legge, uno Stato esclusivamente ebraico, loro si sono stufati d’essere considerati cittadini di seconda categoria. E hanno cominciato a protestare con scioperi generali non solo contro gli sfratti a Shiekh Jarrah e i bombardamenti sulla Striscia di Gaza, ma anche contro le politiche discriminatorie nei loro confronti.

Israele li teme perché sono il 20% della popolazione e il loro indice di crescita demografico non è certo inferiore a quello ebraico. Inoltre è la prima volta che palestinesi della Striscia e della Cisgiordania e arabo-israeliani han trovato ragioni per protestare insieme contro Israele. Infatti nel corso degli ultimi decenni queste comunità, separate geograficamente, sono state sottoposte a regole diverse, e governate da entità diverse, spesso in competizione tra loro.

Nella Striscia di Gaza non abitano cittadini israeliani. È un’area separata dal resto dei territori palestinesi, occupata da Israele durante la Guerra dei Sei giorni (1967), sottraendola al controllo egiziano, e tenuta in stato di occupazione fino al 2005, quando Israele decise unilateralmente di smobilitare le sue colonie e ritirare i militari. Il che non vuol dire che non la controlli in modo asfissiante.

Anzi, quando nel 2007, al termine di una guerra civile per il controllo di Gaza, il gruppo radicale Hamas (guidato da Ismail Haniyeh) riuscì a cacciare dalla Striscia la fazione più moderata (al-Fatah), Israele impose sulla Striscia un rigidissimo embargo, che dura ancora oggi ed è considerato “disumano” da moltissimi osservatori.

La Cisgiordania, che si estende da Gerusalemme fino alla sponda occidentale del fiume Giordano, fu anch’essa occupata da Israele nel 1967 (poi parzialmente ceduta ai palestinesi con gli accordi di Oslo del 1993). Prima della guerra era sotto il controllo del governo giordano e abitata per lo più da persone di etnia araba. Invece dopo la guerra Israele cominciò a fondarvi senza sosta insediamenti civili di coloni ebrei. Formalmente è governata dall’Autorità Palestinese, in cui prevale il partito moderato Fatah, ma Israele mantiene diversi importanti poteri, tra cui il controllo militare di buona parte del territorio. Per questo il recente conflitto ha fatto capire che il partito Hamas è più importante del partito Fatah, con cui la rivalità dal 2007 non è mai finita.

Anche Gerusalemme est è occupata in gran parte militarmente da Israele dal 1967, ed è separata dal resto della Cisgiordania da un muro costruito dagli israeliani per proteggere i propri insediamenti. È militarizzata come poche metropoli al mondo (d’altra parte Israele è uno dei rarissimi Paesi occidentali ad avere un servizio di leva obbligatorio). Nella parte ovest è sede delle principali istituzioni israeliane come la Knesset (il parlamento), e i vari ministeri. Nessun governo al mondo ha qui la propria ambasciata, eccetto gli USA.

Gli abitanti della parte est non sono cittadini israeliani, ma hanno un diritto di residenza permanente: questa situazione consente loro di avere una vita più facile dei palestinesi che abitano in Cisgiordania, anche se il trattamento resta sempre discriminatorio rispetto agli ebrei.

Gli arabo-israeliani che vivono in Israele discendono per lo più dai palestinesi che abitavano in Palestina prima della nascita dello Stato d’Israele, nel 1948: sono cittadini israeliani a tutti gli effetti, e quindi possono votare o essere votati alle elezioni che si tengono in Israele. Il loro cartello elettorale fatto da diversi partiti, la Lista Comune, da diversi anni riesce regolarmente a entrare in Parlamento, ma non ha mai fatto parte di alcun governo.

In Israele negli ultimi due anni si sono tenute ben quattro elezioni parlamentari, nessuna delle quali ha prodotto una maggioranza stabile. Il premier Netanyahu è in carica ormai da 12 anni, ma è sempre più logorato dai processi per corruzione in corso e dall’assenza di una forte maggioranza politica che lo sostenga. In tutti i suoi ultimi governi è stato ostaggio degli interessi dei partiti della destra nazionalista religiosa, che peraltro sono riusciti a spostare verso destra il dibattito pubblico israeliano.

A breve si dovrà votare per eleggere il nuovo presidente della Repubblica: è lui che assegna personalmente il mandato di primo ministro. In questi anni il presidente Reuven Rivlin, un conservatore moderato, ha rappresentato un discreto contraltare alla svolta a destra dei governi di Netanyahu. Non è chiaro cosa potrebbe accadere se fosse sostituito da un politico con posizioni più radicali.

In Palestina invece le ultime elezioni presidenziali si sono tenute nel 2005, mentre le ultime parlamentari nel 2006 (e il loro esito ha prodotto una sanguinosa guerra civile tra Hamas e Fatah). Le lungaggini sono attribuite soprattutto all’Autorità Palestinese, una forma “embrionale” di Stato palestinese con un proprio governo e parlamento, che dal 2005 governa la Cisgiordania. Il gruppo dirigente dell’Autorità Palestinese, guidato da Abu Mazen, è ancora quello che ruotava attorno al leader Yasser Arafat, morto nel 2004: è composto soprattutto da uomini molto anziani, ormai poco a contatto con l’elettorato palestinese, eppure assai restii a cedere il proprio potere. Preferiscono un compromesso con Israele, che però in definitiva risulta perdente, in quanto non riesce a frenare la colonizzazione degli israeliani.

È evidente infatti che la destra israeliana vuole occupare tutta la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Di EG

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