Il fallimento dell’occidente in Afghanistan

Il fallimento della guerra della NATO contro i talebani in Afghanistan è la riprova di due cose da sempre evidenti: non è con le armi che si risolvono i problemi sociali e politici; non è detto che chi ha armi sofisticate possa vincere chi non le ha.
I Paesi occidentali devono per forza riconoscere d’essere stati sconfitti da bande di irregolari male armati, male addestrati, poco equipaggiati e dieci volte meno numerosi. Questa sconfitta ci riporta ai fallimenti degli invasori precedenti in quel Paese: gli inglesi in tre occasioni, i russi e prima di loro altri eserciti stranieri meno importanti come gli iraniani. Del resto non è un caso se l’Afghanistan sia chiamato il “cimitero degli imperi”.
I tentativi diplomatici di arrivare a un accordo di pace sono falliti. 20 anni di guerra, che han procurato circa 150mila morti (di cui circa 4.000 soldati della coalizione e circa 35 mila militari afghani), nonché 4,6 milioni di profughi, non son serviti a niente.
Da mettere in contabilità anche 2mila miliardi di dollari spesi dai contribuenti degli USA e 8,5 miliardi di euro spesi da quelli italiani, che hanno avuto 53 morti.
I Talebani, nel 2001, all’inizio della guerra, controllavano il 30% del territorio, ora ne controllano circa la metà. In più torneranno a governare col consenso internazionale, dato che stanno combattendo l’ISIS assieme alle Forze di sicurezza USA, e dato anche che il ritiro delle truppe alleate e dei contractors determinerà un progressivo crollo delle capacità operative delle forze governative di Kabul.
La democrazia in Afghanistan non è certo arrivata grazie all’occidente. La classe dirigente scelta da USA e alleati si è mostrata alquanto corrotta. Anche perché in 20 anni solo 29miliardi di dollari sono serviti per sviluppare il Paese, che resta tra i più poveri al mondo. La condizione della donna è rimasta disastrosa.
L’Afghanistan doveva servire agli USA come base operativa nell’Asia centrale, per controllare Cina, Russia, Iran e traffico di petrolio. Ma l’obiettivo è completamente fallito.
Ci hanno guadagnato soltanto i colossi statunitensi degli armamenti: Lockheed Marti, Northrop Grumman e Boeing. Ci hanno guadagnato anche i coltivatori di oppio. A fronte di oltre 7 miliardi di dollari stanziati per la lotta al papavero, i campi hanno raggiunto un’estensione di oltre 300 mila ettari. E nel traffico di eroina sono coinvolti anche militari della Nato, inclusi gli italiani (come ha raccontato l’ex-paracadutista Alessandra Gabrieli). L’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina del mondo.
I governi italiani, di qualunque colore, non sono riusciti a capire in 20 anni che gli oltre 800 militari inviati non servivano a nulla. Siamo stati al carro degli americani, senza avere un nostro punto di vista.
Complessivamente abbiamo speso 8,5 miliardi di euro, più o meno quanto investiamo nell’università e nella ricerca.
Non vi è stata alcuna partecipazione di nostre imprese alla ricostruzione del Paese.
In cambio del nostro impegno volevamo entrare come membri provvisori nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma hanno preferito l’Olanda.
Non siamo neppure riusciti a impiantare una nostra base da utilizzarsi per la prossima Via della Seta.
Tutto sommato era molto meglio il governo laico-democratico della Repubblica Democratica d’Afghanistan, sostenuto dai sovietici (anche militarmente a partire dal 1979) e insidiato dalle rivolte dell’integralismo islamico.
L’intervento sovietico si risolse in un disastro politico e militare anche per l’interferenza degli USA, che, schiavi dell’ideologia della guerra fredda, armarono una sorta d’internazionale di combattenti islamici arruolati dall’Arabia Saudita con a capo un personaggio che poi sarebbe divenuto famoso, Bin Laden. Quando nel 1989 le truppe sovietiche lasciarono l’Afghanistan, si scatenò l’offensiva degli studenti coranici (i talebani), ancora una volta appoggiati dagli USA, che nel 1992 travolsero il governo laico di Najibullah, instaurando uno dei regimi più oscuri che si siano mai visti sulla faccia della terra.
Un altro disastro come in Vietnam. E ora la Corte Penale Internazionale dell’Aja ha aperto un’inchiesta per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi da militari americani e australiani in quel Paese. Ma gli USA han già messo le mani avanti: infatti han negato i visti d’ingresso agli investigatori della Corte, di cui non riconoscono l’autorità.

Di EG

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