Il Mali è un disastro e non per colpa sua

Il 24 maggio alcuni soldati dell’esercito del Mali hanno arrestato il presidente Bah N’Daw e il primo ministro Moctar Ouane. L’ordine è stato dato dal colonnello Assimi Goïta, lo stesso militare che aveva guidato un altro golpe nell’agosto 2020, rovesciando il presidente Keïta, in carica dal 2013 e rivelatosi del tutto incapace a mantenere al sicuro la popolazione dai continui attacchi terroristici, a sconfiggere la corruzione nella classe politica e a risolvere la crisi economica (6,8 milioni di persone sono bisognose di assistenza umanitaria e nelle comunità isolate più del 15% dei bambini è gravemente malnutrito).
Questo è il terzo colpo di stato in 10 anni. In tutto questo periodo nessuno (ONU, europei, americani, maliani) è riuscito a creare un ambiente favorevole alla nascita di un sistema politico stabile e democratico. Non sono serviti né le armi né i milioni di dollari e di euro profusi. Tanto che si sono formati gruppi armati di autodifesa che si sostituiscono allo Stato. A ciò si sono aggiunte le violenze tra comunità territoriali: gli agricoltori Dogon si contrappongono ai pastori nomadi Fulani (o Pehul) per ragioni di accesso alle risorse naturali e ai pascoli. Gli sfollati interni e i profughi ormai non si contano più. Il Covid-19, con gli ospedali pubblici sovraffollati e carenti di tutto, sta decimando la popolazione.
Per non farsi mancare niente nel Sahel le temperature climatiche stanno aumentando 1,5 volte più velocemente che nel resto del mondo, nonostante la regione, una delle più povere del mondo, produca bassissimi livelli di emissione di gas serra. Ciò provoca fenomeni metereologici estremi: inondazioni, siccità e desertificazione mettono in pericolo la sicurezza alimentare dell’80% della popolazione occupata in agricoltura, dipendente dalle risorse naturali.
Ora il colonnello Goïta è stato nominato presidente a interim del Paese (che conta 18 milioni di abitanti). Il presidente e il premier suddetti sono agli arresti domiciliari.
La Francia ha deciso di sospendere la cooperazione militare con questo Paese sulla base della motivazione che non c’è più legittimità democratica, in quanto i golpisti sono vicini all’islamismo radicale.
Cioè quello stesso islam che la Francia, nell’ambito dell’operazione “Barkhane”, ha deciso di combattere dal 2014, con l’invio di 5.100 soldati nel Sahel, in particolare nel nord del Mali. Qui infatti si sono diffusi i gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato islamico. I quali, insieme agli indipendentisti Tuareg, erano quasi riusciti nel 2012 a far crollare lo Stato centrale. L’anno precedente avevano combattuto nella guerra civile in Libia al fianco di Gheddafi.
L’altro principale sostenitore dell’esercito maliano sono gli USA, che hanno detto di volersi comportare come la Francia.
Il Mali è già stato sospeso anche dagli organismi subregionali – la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale – e dall’Unione africana, poiché questi vogliono la nomina di un premier civile, non militare, alle prossime elezioni presidenziali e legislative fissate al febbraio e marzo 2022.
Tuttavia le varie centinaia di maliani che sostengono i militari golpisti han fatto capire che non ne possono più dei francesi e che al loro posto preferirebbero i russi. Di sicuro la Francia non ha mai abbandonato la sua FrançAfrique coloniale, e non intende farlo.

Di EG

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