La Cina tra Pakistan e Afghanistan

Quelli di “Limes” sostengono che gli americani, lasciando l’Afghanistan, sono convinti che Talebani e al Qaeda avranno mano libera per infiltrarsi tra gli Uiguri nello Xinjiang e destabilizzare la Cina, già piuttosto criticata per come tratta questa sua minoranza islamica turcofona.

Bisogna però ammettere che la Cina ha una carta che gli occidentali in Afghanistan non avevano: costruire le infrastrutture per realizzare la Nuova Via della Seta. Al momento e in tutto il mondo ai cinesi interessa soprattutto questo.

Han chiuso un occhio persino sulla assurda dittatura in Myanmar. Figuriamoci se ora non approfittano della sconfitta americana per inserire l’Afghanistan nel cosiddetto “Corridoio Economico tra Cina e Pakistan”, un percorso di 3.218 km formato da reti ferroviarie e autostradali che collegheranno il porto pakistano di Gwadar alla regione cinese dello Xinjiang, e che quindi garantiranno un facile accesso della Cina all’Oceano Indiano per realizzare appunto la Nuova Via della Seta, promossa dal presidente Xi Jinping a partire dal 2013.

Il porto di Gwadar, che era in disuso in una delle aree più povere del Pakistan, diventerà presto, grazie ai 54 miliardi di dollari investiti da Pechino, il primo scalo asiatico per le merci che transitano via mare. Entro il 2030 si potrebbe toccare la soglia dei 400 milioni di tonnellate di merci da smistare. La città stessa cambierà volto: le stime prevedono che la sua popolazione, composta oggi da 100mila abitanti, aumenterà di 10 volte entro il 2050.

Coi cinesi non si scherza, anche perché non c’è di mezzo solo l’economia ma anche la geopolitica. Il Dragone è intenzionato a considerare quella vasta area geografica che passa da Gwadar (Pakistan), Hambantota (Sri Lanka), Chittagong (Bangladesh), fino a Sittwe (Myanmar) come una propria zona d’influenza. Il porto di Gwadar potrebbe anche consentire a Pechino di connettersi sia col Golfo Persico che col Mare Arabico, destando grandi preoccupazioni all’India.

Il Pakistan è già una semi-colonia cinese. Di recente Islamabad ha chiesto la ristrutturazione di 3 miliardi d’interessi su un prestito da 31 miliardi concesso dalle banche cinesi per finanziarie le infrastrutture energetiche di cui il Paese ha disperato bisogno. Ma Pechino ha risposto negativamente, peggiorando la crisi economica pakistana.

I soldi sono un’arma di ricatto. L’hanno imparato dagli occidentali. La trappola del debito non ha bisogno di un intervento militare diretto, almeno non nella fase iniziale.

Di EG

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