Ancora sul conflitto ucraino

L’Ucraina nella UE? Anche no

La troika Draghi-Scholz-Macron ha chiesto a Zelensky di trattare con Putin promettendo un ingresso privilegiato nella UE.

Il più ipocrita naturalmente è Macron, che sino a ieri aveva detto che l’Ucraina ha ancora molta strada da fare per diventare un candidato alla UE.

Da notare che il processo di allargamento della UE si è praticamente interrotto dopo l’ingresso della Croazia nel 2013, tra le crescenti resistenze nell’Europa occidentale, preoccupata per l’arrivo di migranti economici dai nuovi Stati membri.

Ma perché si teme l’ingresso dell’Ucraina? Per svariate ragioni:

– è considerato uno dei Paesi più corrotti al mondo a causa del potere degli oligarchi;

– non è uno Stato di diritto, poiché non rispetta le minoranze politiche, etniche e linguistiche, nonché la separazione dei tre poteri costituzionali (il più debole dei quali è quello giudiziario);

– non è uno Stato democratico, poiché il governo non ha ancora risolto i suoi collegamenti con le frange neonaziste ampiamente diffuse sul territorio nazionale;

– va in gran parte ricostruita, per cui sottrarrà enormi somme di denaro;

– è sì un Paese ricco di risorse ma poverissimo nella redistribuzione del reddito: già prima del conflitto con la Russia lo stipendio mensile netto era pari a 295 euro;

– non può candidarsi finché il conflitto resta in corso (è più facile far entrare la Moldavia, nonostante il problema della Transnistria);

– la popolazione relativamente numerosa dell’Ucraina può cambiare radicalmente l’equilibrio di potere nel processo decisionale della UE. Se l’Ucraina aderirà, avrà molto peso in politica, che è determinata dalla maggioranza qualificata dei voti, e avrà diritto a un’ampia delegazione al Parlamento europeo.

E la Transcarpazia dove la mettiamo?

Su gloria.tv si sostiene che nel futuro trattato di pace tra Russia e Ucraina, quest’ultima dovrà restituire all’Ungheria parte della Transcarpazia, altrimenti qui si formerà un altro “Donbass”, essendo la minoranza ungherese stufa dell’egemonia ucraina.

L’oblast della Transcarpazia è una delle 24 Regioni dell’Ucraina (corrisponde alla regione storico-geografica della Rutenia subcarpatica). Si tratta di 12.800 kmq (prima della guerra le due repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk erano insieme 16.800 kmq, un po’ meno del nostro Lazio). Anche qui si parlano ungherese, russo e ruteno, ma il governo di Kiev ha imposto solo l’ucraino come lingua ufficiale.

Le terre della Transcarpazia han quasi sempre fatto parte del Regno d’Ungheria, almeno sino alla dissoluzione dell’impero austro-ungarico.

Dopo essere divenuta un territorio estremo orientale della Cecoslovacchia dal 1919 al 1939, la Transcarpazia venne occupata dall’Ungheria filonazista durante la II guerra mondiale, per poi essere annessa all’URSS nel 1945. Dal 1991 è la regione estremo-occidentale dell’Ucraina.

Mi pare dubbio però che poco più di 150.000 ungheresi abbiano la forza per opporsi al milione di ucraini che occupano il loro territorio, a meno che non intervenga la UE o la Russia per riconoscere loro un regime speciale di autonomia. Gli stessi ungheresi, che a fine ’800 erano circa il 26%, oggi si sono ridotti a poco più del 12%.

Gli autori del sito pongono in essere una lotta ideologica tra ortodossi e cattolici/uniati che ha decisamente fatto il suo tempo.

Non c’è trippa per gatti

Mi sbaglierò, ma ho sempre più l’impressione che se la NATO non invia truppe in Ucraina, la Russia stravincerà. Ma se la NATO lo farà, sarà un disastro per l’intera Europa occidentale, checché ne pensi Di Maio, che parla come se fosse la controfigura di Stoltenberg.

Per impedire ai russi d’occupare l’intero Donbass e di congiungerlo alla Transnistria, il governo di Kiev dovrebbe fare cose mostruose, come usare armi chimiche o bombardare una centrale nucleare, sperando che il mondo intero creda all’ennesima sceneggiata con cui si vuole incolpare Putin.

È infatti letteralmente impossibile che, rebus sic stantibus, Mosca non possa pretendere la resa incondizionata di Kiev. La lentezza con cui l’esercito russo avanza è determinata unicamente non dalla potenza delle armi che Kiev riceve dall’occidente (se non in misura molto limitata), ma dal fatto che i russi continuano a stare molto attenti a non colpire i civili. Se non avessero scrupoli, l’esercito ucraino sarebbe in rotta da tempo, con o senza i mercenari, che costituiscono poche migliaia di disperati e di illusi.

Anzi, da quanto s’è capito, più le armi da noi inviate sono potenti, più Mosca si riserva di colpire bersagli fino ad oggi risparmiati. A questo punto dobbiamo aspettarci l’occupazione di Kiev. Cioè una fuga dal Paese di almeno 20 milioni di persone. È questo che la NATO vuole? Lo vuole anche la UE? Agli USA di sicuro non importa nulla di questo scenario: l’importante è che la UE dipenda economicamente, politicamente e militarmente dagli americani.

Non mi meraviglierei che Putin rompesse il fronte della NATO, assicurando a Ungheria, Romania, Slovacchia e persino Polonia parti di territorio ucraino, non tanto per terminare la guerra il più presto possibile (a quanto pare lui sembra non avere alcuna fretta), quanto soprattutto per impedire al proprio esercito di sentirsi indotto a fare devastazioni materiali che avrebbero poi costi altissimi nelle riparazioni. Andando avanti di questo passo, sarà facile arrivare tra 1-2 mesi a mille miliardi di dollari di danni.

Tanto ormai è chiaro che Mosca vuole un’Ucraina del tutto fuori della NATO, meno armata possibile, non in grado d’impensierire la Russia per i secoli a venire.

Un nuovo G8

Un art. di Andrew Korybko, che scrive su oneworld.press (fonte censurata da Facebook), è stato tradotto su Marx21.it. Riporta alcune affermazioni del presidente della Duma russa, Vjačeslav Volodin, secondo cui “Il gruppo di Paesi che non partecipano alle guerre delle sanzioni (Cina, India, Russia, Indonesia, Brasile, Messico, Iran e Turchia) è del 24,4% in vantaggio rispetto all’attuale G7 in termini di PIL a parità di potere d’acquisto”.

Cioè mentre le economie del G7 vogliono uno scontro epocale contro la Russia e continuano a crollare sotto il peso delle sanzioni che le hanno imposto, questa stessa politica sanzionatoria ha portato alla formazione di un “nuovo G8” nel mondo, accelerando in maniera inaspettata la transizione sistemica globale verso il multipolarismo, in atto ben prima della guerra in Ucraina. Quindi aveva ragione Hegel: dal negativo nasce il positivo.

Gli osservatori possono aspettarsi un’ulteriore accelerazione della suddetta transizione man mano che questi leader multipolari lavoreranno a stretto contatto per costruire un modello di globalizzazione non occidentale che ponga fine al saccheggio delle risorse del Sud del mondo da parte del “Miliardo d’oro” (così viene chiamato il vecchio G7).

Naturalmente gli USA non lasceranno che tale processo avvenga in maniera pacifica. Anzi ordineranno alle loro colonie neo-imperiali d’inviare le proprie truppe nel Sud del mondo (e soprattutto in Africa occidentale) nell’ambito delle guerre per procura che gli stessi USA dovrebbero scatenare in quei Paesi, nel disperato tentativo di mantenere un accesso privilegiato alle loro risorse. Questo può portare Stati come l’Etiopia, il Mali e persino la Nigeria a diventare campi di battaglia della Nuova Guerra Fredda.

Inoltre c’è da aspettarsi che altri “colpi di stato”, come quello che presumibilmente ha avuto luogo in Pakistan contro l’ex premier Khan come punizione per la sua politica estera indipendente, rimarranno sempre una minaccia per gli Otto Grandi.

Gli Stati Uniti vorrebbero “sottrarre” questi importanti Paesi al blocco multipolare che si sta rapidamente coagulando e non si fermeranno davanti a nulla per replicare il “precedente pakistano” adattandolo a ciascuna delle loro specifiche circostanze interne.

Cina, India e Iran sono più immuni a questo scenario rispetto a Brasile, Indonesia, Messico e Turchia, ma sono tutti in un modo o nell’altro vulnerabili alle campagne di destabilizzazione americane, anche se questo non significa automaticamente che tali tentativi avranno successo. Quanto più gli Otto Grandi lavoreranno insieme, tanto maggiori saranno le probabilità di sventare ogni progetto di cambio di regime.

Domanda: che gli USA si stiano sganciando da Kiev perché in fondo l’obiettivo l’hanno già raggiunto: quello d’indebolire seriamente l’Unione Europea? di renderla meno competitiva rispetto agli USA? di indurla a rompere i rapporti con la Russia e a rifornirsi di idrocarburi dagli stessi americani?

Insomma ci siamo cascati come polli. Ora non ci resta che chiedere d’entrare nel BRICS, se non vogliamo che inflazione e recessione, cioè stagflazione, ci riducano al lumicino.

Di EG

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