Ancora sul conflitto ucraino

Il Texas rompe con Washington?

Il partito repubblicano del Texas, dopo aver concluso giorni fa il congresso, non riconoscendo la regolare elezione di Biden, ora inizia a muoversi per tenere un referendum, nel 2023, per separarsi dagli Stati Uniti. L’ex governatore repubblicano Rick Perry (in carica fino al 2015) ha sostenuto che nel 1845, quando si unì al resto dell’America, il Texas si riservò il diritto di staccarsene in qualsiasi momento. In realtà il diritto non gli fu mai riconosciuto. Nel 1861, allo scoppio della guerra civile, il Texas si proclamò indipendente, ma quando il Sud perse venne riassorbito. Nel 2009 Perry si era espresso a favore della soluzione indipendentista. Oggi il governatore Greg Abbott, repubblicano, non la pensa diversamente.

E comunque non c’è solo il Texas, col suo Movimento Nazionalista, che vuol secedere. Non passa decennio senza che qualche Stato federale minacci la secessione: dall’Alaska al Vermont all’Alabama. Nel 2007 nel Tennessee si svolse persino una “Convention secessionista”. Sono su posizioni analoghe altri due ex governatori repubblicani: Bobby Jindal della Lousiana (fino al 2016) e Mark Sanford della Sud Carolina (fino al 2011).

Il gruppo indipendentista del Vermont, fondato nel 2003 dal professore Thomas Naylor, è insofferente a un governo centralista, antidemocratico, intrusivo e irresponsabile nei confronti dei bisogni delle piccole comunità.

Stesso discorso per il New Hampshire, dove le manifestazioni pro indipendenza si sono moltiplicate negli ultimi anni. “Ci trattano come una colonia”, dicono gli attivisti.

Di vecchia data anche le aspirazioni della California, che diventò territorio americano solo nel 1847, dopo numerose guerre tra USA e Messico. La bandiera californiana è ancora quella del 1836, con su scritto “Repubblica della California”, senza nessuna menzione agli USA. Sono due i partiti californiani che spingono per l’indipendenza. Entrambi considerano la California come un grande mondo a parte che funzionerebbe meglio se stesse per conto suo. Il gruppo California Freedom Initiative ha predisposto un dossier sulla transizione e sul post indipendenza, con tanto di proposta di dichiarazione d’indipendenza californiana.

Anche alle Hawaii c’è chi sogna di abbandonare Washington. In questo caso s’insiste molto sulla diversità e la peculiarità della storia delle Hawaii rispetto agli Stati Uniti. Il movimento autonomista qui esiste da sempre.

Come minimo si pretende una maggiore autonomia: vedi le posizioni di Georgia, Louisiana, Arkansas e Oregon.

È stata la Brexit a dare una certa spinta alle rivendicazioni autonomistiche degli Stati federali americani. In genere le proteste non hanno un contenuto ideologico, ma sono contro il fisco e le enormi spese dello Stato (soprattutto quelle per operazioni militari in Paesi lontani e per salvare le banche). Il che provoca conseguenze disastrose per l’accesso al credito dei privati cittadini, per la caduta dei prezzi delle case, per la riduzione dei fondi pensionistici e per la mancanza di nuovi posti di lavoro. Il Texas, seconda economia del Paese, non può più accettare una situazione del genere. Se diventasse indipendente, si classificherebbe, per il PIL, al 14° posto a livello mondiale. Questo perché possiede circa 1/4 delle riserve di idrocarburi degli USA e il suo petrolio è considerato di ottima qualità. Inoltre è il primo produttore americano di gas naturale, così come per il gesso, il magnesio e lo zolfo, e vi sono depositi di lignite e di catrame. Nel 2006 è diventato il primo Stato americano produttore di energia eolica davanti alla California. Può persino contare sul suo potenziale di energia solare e idroelettrica, riconosciuto fra i maggiori centri energetici del pianeta. Più tutto il resto: ricerca medica, industrie ad alta tecnologia, biotecnologie e ingegneria aerospaziale, turismo, mass-media… e due centri finanziari molto importanti: Dallas e Houston.

Però la legge è chiara: per separarsi, uno Stato deve ottenere l’autorizzazione degli altri 49.

Fonte: affaritaliani.it

I governi iniziano a dimettersi

Il governo bulgaro del primo ministro Kiril Petkov è caduto dopo un voto di sfiducia del parlamento sulla spesa di bilancio e sulla decisione di sbloccare o meno l’adesione della Macedonia del Nord alla UE, gettando il Paese in disordini politici tra la guerra in Ucraina e l’aumento dell’inflazione.

Come noto, Sofia non riconosce l’esistenza di una nazione macedone distinta da quella bulgara e considera lo Stato confinante della Macedonia del nord semplicemente come un proprio territorio sottrattole ingiustamente. Petkov è accusato di aver tramato segretamente per rimuovere il veto all’adesione di Skopje alla UE.

Il premier, un 42enne laureato ad Harvard che si è impegnato a combattere la corruzione, ha assunto una forte posizione pro-europeista e pro-NATO da quando la Russia è entrata militarmente in Ucraina: una posizione insolita per un Paese con un atteggiamento tradizionalmente amichevole nei confronti di Mosca. Gli analisti prevedono che un nuovo governo porterebbe una politica più neutrale nei confronti della Russia. Anche perché la Bulgaria consuma circa 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui oltre il 90% proveniente dalla Russia, tant’è che fino alla fine del 2024 potrà continuare ad acquistarlo.

Naturalmente Petkov, non sapendo cosa dire, ha accusato anche l’ambasciatore russo di quanto avvenuto. Come se non sapesse che l’invio delle armi al regime di Kiev e la co-belligeranza bulgara nel conflitto hanno portato a fortissime proteste di piazza e alla polarizzazione totale del parlamento. Non a caso il 7 giugno il governo è stato costretto a dire basta all’invio di armi a Kiev, suscitando le ire dell’ambasciatore dell’Ucraina a Sofia, Vitaliy Moskalenko.

Ora il presidente Rumen Radev è tenuto a indire elezioni anticipate entro due mesi e a nominare un’amministrazione provvisoria se Petkov (che è premier da 6 mesi) non riuscirà a mettere insieme una nuova maggioranza. Ma questa sarebbe la quarta elezione in meno di 18 mesi.

E comunque mi pare significativo che i bulgari abbiano avuto il coraggio di far cadere il governo e noi no. D’ora in poi non si potrà più usare l’espressione “maggioranza bulgara”, per indicare con dileggio l’unanimità negli ex regimi comunisti. Dovremo sostituirla con “maggioranza draghiniana”.

Odessa=Mariupol2?

Nella regione di Odessa la lingua russa (parlata dal 78% della popolazione) e ovviamente la letteratura russa saranno vietate in tutte le scuole a partire dal 1° di agosto. In particolare le opere di Pushkin e Dostoevskij saranno sostituite con altre opere.

Ci si può chiedere naturalmente: quali altre opere di pari livello sono state prodotte in Ucraina? Dovranno per forza andarle a prendere all’estero.

Fino all’inizio della II guerra mondiale Odessa a livello demografico era equamente distribuita tra tre diverse popolazioni maggioritarie: russi, ucraini ed ebrei, più molteplici minoranze. Con la guerra però gli ebrei furono sterminati o dovettero espatriare.

Oggi su un milione di abitanti gli ucraini sono circa il 61% e i russi il 29% (dati del 2001 di Wikipedia). Ma mezzo milione, a partire dal 24 febbraio, se ne sono andati. È già scomparso il nome russo Odessa, ed è tornato l’ucraino Odesa.

È stata la zarina Caterina II a farla costruire nel 1794 sopra un centro ottomano, a sua volta costruito su un antico insediamento greco. L’ha dichiarò “città aperta”, un’etichetta concessa a nessun altro luogo dell’impero. Anche il sindaco Gennady Trukhanov fino al 2017 aveva un passaporto russo e ha detto in un’intervista al “New York Times”: “Odessa è la capitale multiculturale dell’Ucraina. Sono preoccupato per il crescente odio per tutto ciò che è russo”.

Dovrebbe però chiedere al governatore militare della sua regione, ex comandante della battaglione neonazista “Ajdar”, Maxim Marchenko, cosa ne pensa, visto che ha già fatto rimuovere tutte le antenne paraboliche private dalle case. Proprio Marchenko, nominato il 2 marzo governatore di Odessa da Zelensky, ha ordinato di allestire postazioni di tiro nelle scuole e negli ospedali, e ha proibito di far uscire i residenti dalla città attraverso i corridoi umanitari. È ricercato dai russi perché su di lui pesano accuse di rapimenti, arresti illegali e torture di civili.

Odessa è cruciale per la sopravvivenza economica dell’Ucraina: controlla l’accesso sul Mar Nero e il suo porto è il polmone economico ucraino da cui passano gli scambi con l’Europa e l’Asia.

È stata teatro di un’orrenda strage di filorussi nel 2014 da parte delle forze ucraine. Il motivo è noto: protestavano contro il golpe neonazista di Kiev.

Per impedire lo sbarco dei marines russi, gli ucraini al largo del porto han posizionato centinaia di mine, le stesse che impediscono di esportare i cereali stoccati nei silos.

Se dopo aver visto la sconfitta dell’esercito ucraino nel Donbass, Odessa vorrà difendersi dai russi, sarà un suicidio. Si spera che il sindaco sia abbastanza intelligente da arrendersi senza combattere, come han fatto a Melitopol e Kherson. Non a caso ha cominciato a rimuovere le fortificazioni dalle strade, col pretesto del normale funzionamento degli affari della città.

Mali e Burkina Faso alla riscossa

Quanto abbiamo visto in Mali e, prima ancora, nella Repubblica Centrafricana, ora sta accadendo in Burkina Faso.

Il Mali è uno dei Paesi africani che ha subìto il giogo della Francia coloniale per decenni. All’inizio degli anni ’60 tale colonizzazione assunse una nuova forma: non più un governo coloniale controllato direttamente dalla Francia, ma uno gestito indirettamente sempre da Parigi. Attraverso nuovi accordi coloniali, la Francia è riuscita a controllare le risorse naturali di questi Paesi e persino la loro capacità di emettere valuta, tramite il Franco CFA.

Il Mali ha protestato recentemente contro le ingerenze francesi nella sua politica e si è arrivati al ritiro delle truppe transalpine dopo che il governo maliano ha siglato un accordo di cooperazione con la Russia. Tuttavia le forze francesi cacciate dal Mali con l’aiuto dei volontari russi del gruppo Wagner, si erano trasferite nel Burkina Faso.

Di qui la richiesta di nuovo aiuto difensivo alle forze russe. Il popolo del Burkina Faso ha chiesto il ritiro delle truppe francesi (2.400 unità) e di altri 900 soldati europei, tra cui quelli italiani, che difendono il neocolonialismo francese col pretesto di lottare contro il terrorismo. Siamo testimoni di eventi la cui portata storica è davvero notevole.

Il prossimo Paese potrebbe essere il Niger, ricco di giacimenti di uranio estremamente importanti per l’industria nucleare di Parigi.

Di EG

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