Ancora sul conflitto ucraino

Curiosa la posizione verde in Germania

La maggior parte dei sostenitori dei Verdi tedeschi (72%) è ancora favorevole alla completa eliminazione del gas naturale russo. Tra i più strenui sostenitori della fornitura di armi figurano i Verdi (66%) e i partiti dell’Unione (62%).

I Verdi sono sempre più il partito della guerra e il partito degli interessi di Washington. Ecologisti fuori e neoliberisti dentro? Sono contro la Russia perché filo-atlantisti o perché contro gli idrocarburi?

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Il nuovo partito verde (di Annalena Baerbock e Robert Habeck, oggi di Ricarda Lang) è vicino all’etica liberale, all’Alleanza atlantica. È fortemente critico della Cina e chiede uno scostamento netto dai dogmi del pareggio di bilancio e rigore fiscale. Al momento i Verdi sono al governo di Scholz insieme a socialdemocratici e liberali e gestiscono 5 ministeri. L’attuale conflitto russo-ucraino ha sbriciolato la linea antimilitarista degli ecologisti, convincendoli che l’invio di armi a Kiev sia necessario. L’urgenza di rendere la Germania meno dipendente dal gas russo (quasi il 46% del fabbisogno arriva da Mosca) ha poi mandato in frantumi l’agenda verde della conversione energetica verso le rinnovabili. Adesso anzi auspicano più lavoro per le centrali a carbone, pur di staccarsi in fretta dal gas di Putin. Si sono rimangiati anche il no al nucleare, con ragionamenti che somigliano a quelli dei nostri Pentastellati.

Quale negoziato è possibile?

Nessun negoziato con la Russia è possibile se si parte dal presupposto che c’è un aggressore e un aggredito. Putin pensa che i ruoli debbano essere invertiti, proprio perché il Donbass subisce una guerra civile da 8 anni. Inoltre lui è convinto che se l’Ucraina fosse entrata nella NATO, l’attacco alla Russia sarebbe stato inevitabile.

Se accettasse il ruolo di aggressore, dovrebbe restituire la Crimea e tutti i territori fin qui occupati. Ma i territori lui potrebbe restituirli solo se uscisse sconfitto dalla guerra.

Se invece la vince, al negoziato non si porrà neppure la questione di chi è aggressore e aggredito. Le condizioni le porrà la Russia e l’Ucraina dovrà accettarle. Sempre che Putin voglia mantenere il governo di Zelensky al potere, il che non è detto.

È molto probabile che quanto più questo conflitto si prolungherà nel tempo, tante meno possibilità Zelensky avrà di conservare il potere.

Tra Stati Uniti e Russia c’è di mezzo la Cina

Secondo il professor John Mearsheimer oggi il peer-competitor degli Stati Uniti è la Cina. Ma prima di attaccare la Cina, vogliono indebolire la Russia, possibilmente frammentarla, per avere risorse con cui combattere la stessa Cina, poiché questa dispone dei requisiti di potenza (demografia, economia, potenziale militare in fieri) necessari per divenire l’egemone regionale nell’Asia.

Già oggi la Cina dispone di una potenza latente (economica) superiore alla potenza latente americana; per di più la Cina è in grado di produrre tutti i beni tipici delle quattro rivoluzioni industriali, mentre la manifattura americana, in larga misura delocalizzata, non lo è.

Quindi un’alleanza tra la Cina e la Russia, con il vastissimo bacino siberiano ricco di materie prime e un arsenale nucleare modernissimo, suona la campana a morto per l’egemonia mondiale statunitense.

Le opzioni strategiche, per gli USA, erano due: la prima, trovare un modus vivendi propositivo con la Russia, staccandola dalla Cina, della quale è avversario naturale (4.500 km di frontiere in comune), e allentare la propria egemonia sull’Europa, esercitata attraverso la NATO.

Ciò nella convinzione che la Russia non dispone dei fondamentali di potenza sufficienti a egemonizzare l’Europa, e non ne disporrà mai finché non riuscirà a invertire la dinamica demografica, sviluppare l’economia a ritmi cinesi, creare forze armate convenzionali abbastanza numerose e qualitativamente adeguate per un progetto espansionistico: imprese tutte che richiedono almeno 20 anni di sforzi.

La seconda opzione era quella di affrontare insieme Russia e Cina, iniziando dalla Russia, l’anello più debole. L’obiettivo è quello di logorare la Russia con una guerra interminabile in Ucraina, nella quale si riversino truppe polacche, rumene, baltiche; accendendo focolai di ostilità in tutti i luoghi sensibili per la Russia (Balcani, Medio Oriente, Artico); fomentando separatismi interni alla Federazione russa; ostacolando l’economia Russia con sanzioni durissime che pesino anzitutto sui Paesi europei.

Al contempo contenere la Cina nella sua zona d’influenza immediata, dov’è improbabile ch’essa tenti un’espansione, poiché le sue forze armate non sono ancora in grado di competere con la potenza aeronavale statunitense.

Quindi, frammentata la Russia, occupate le risorse siberiane, creato un blocco occidentale atlantico che giunga fino a Vladivostok, e un altro blocco occidentale pacifico composto da Australia, Giappone e Corea del Sud, la Cina è praticamente accerchiata su due fronti.

Ebbene gli USA han scelto questa seconda strategia, che può comportare, visto che la Russia è una potenza nucleare, dei costi altissimi per l’Europa. In ogni caso gli USA non possono rinunciare alla loro egemonia mondiale.

Personalmente penso che lo scenario futuro sarà ben diverso. In ogni caso nell’immediato temo che se il governo di Kiev non stipula velocemente un trattato di pace, la Russia si prenderà tutta l’Ucraina, spazzerà via i nazisti dall’intero Paese (che andranno a ingrossare le fila dei fascisti polacchi) e le impedirà con la forza di entrare nella NATO. Dopodiché se altre minoranze russe verranno pesantemente oppresse in altri Stati confinanti con la Russia, si ripeterà quanto avvenuto in Ucraina. La Russia non vuole riprendersi i territori che aveva né quando era sotto gli zar né quando era bolscevica. Vuole soltanto difendere le grandi minoranze russe che vivono negli Stati ai suoi confini, favorendo la formazione di repubbliche autonome, se non vi è altra possibilità democratica.

Fonte: lantidiplomatico.it

Non è meglio informarsi prima di parlare?

Ha detto papa Bergoglio nella sua intervista al “Corriere della sera” il 3 maggio:

“Ho parlato con Kirill 40 minuti via zoom. I primi 20 con una carta in mano mi ha letto tutte le giustificazioni alla guerra. Ho ascoltato e gli ho detto: di questo non capisco nulla. Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin”.

Il nostro è un papa davvero limitato. Se non capisce nulla di politica, è inutile che si metta a parlare di negoziati di pace. Le guerre non scoppiano perché uno si alza la mattina con la luna di traverso. A questi livelli d’intensità e vastità è assurdo pensare che il conflitto si possa risolvere secondo i princìpi dell’etica (magari kantiana, come quella dei neonazisti ucraini, secondo alcuni giornalisti out of mind).

La sua limitatezza è ben visibile là dove afferma: “L’unica cosa che si imputa agli ucraini è che avevano reagito nel Donbass, ma parliamo di dieci anni fa. Quell’argomento è vecchio”.

Possibile che nessuno gli abbia detto che la guerra civile durava da 8 anni? E che il governo di Kiev era in procinto di occupare tutto il Donbass e la Crimea? E che voleva entrare nella NATO per colpire la Russia? E che quello è un Paese gestito da filo-nazisti sin dal 2014? E che gli USA dispongono di pericolosi laboratori biologici? Di che cosa si può discutere con Putin se non si conoscono le fondamenta di questo conflitto?

Poi mi sa che Bergoglio non abbia neanche alcun tatto diplomatico: non è possibile insultare la più grande carica dell’ortodossia mondiale definendola un “chierichetto di Putin”. Dicendo questo tradisce la millenaria ostilità tra cattolici e ortodossi, che non appartengono affatto a “chiese sorelle”, come vuole il saputello Mentana. Infatti la Chiesa romana è uno Stato della chiesa, totalmente indipendente dallo Stato nazionale, mentre l’altra è al massimo una Chiesa nazionale o una Chiesa di stato (come appunto in Russia o in Grecia). Altrimenti è soltanto una Chiesa autocefala (autonoma), come p.es. quella di Kiev, che, dopo essersi staccata da Mosca, appoggia i neonazisti ucraini, o come quella americana, riconosciuta dalla Chiesa ortodossa russa, ma non dal Patriarcato di Costantinopoli.

La Chiesa ortodossa non fa mai “politica”, la lascia fare agli Stati in cui vive. È semmai il Vaticano che fa continuamente politica intromettendosi nella politica degli altri Stati. E quando si fa politica è meglio evitare di dire che durante la II guerra mondiale gli ucraini sono stati “un popolo martire”, senza aggiungere che i russi lo sono stati infinitamente di più (peraltro anche per colpa di quei tanti ucraini che si erano alleati coi nazisti).

Soldi buttati

Gli Stati Uniti sono il Paese con la più alta quantità di spese militari al mondo.

Sul finire degli anni ’50 eravamo a 50 miliardi di dollari.

Durante la guerra in Vietnam sui 100 miliardi.

Col primo mandato di Reagan a 200; poi nel 1986 a 300.

L’escalation continua proprio a ridosso degli attentati del 2001: 316 miliardi.

Nel 2003, mentre gli USA attaccano l’Iraq, si raggiungono i 345.

Nel 2005 siamo a 475.

Nel 2006 arriviamo a 534.

Nel 2007 tocchiamo i 600.

E poi ancora su su fino ai 649 miliardi del 2018, ai 716 del 2019, e ai 738 del 2020 (quando la Cina ne spende 250).

Sotto l’amministrazione Biden si prevedono 813,3 miliardi di dollari (quasi il 4% del PIL). La Russia ha speso solo 61 miliardi di dollari.

Biden ha votato per 36 anni al Senato per ogni tipo di guerra immaginabile. Negli 8 anni da vice di Obama non ha lesinato a porre in calce la sua firma per diversi bombardamenti. Infine appena dopo il suo insediamento presidenziale – febbraio 2021 – ha fatto sganciare ordigni su mezza Siria.

Dopo il 1945 gli USA hanno adoperato la violenza in modo palese o occulto contro 22 Paesi: Grecia, Corea, Iran, Guatemala, Congo, Cuba, Vietnam, Indonesia, Cambogia, Laos, Cile, Grenada, Libia, Nicaragua, Panama, Kuwait, Sudan, Serbia, Afghanistan, Pakistan, Siria, Ucraina.

Tra basi militari NATO in Europa e quelle più genericamente statunitensi arriviamo a quasi 700 all’estero, 4.000 in patria, composte da oltre 200.000 effettivi, tra cui solo in Italia sono 11.800.

42 tra i 100 maggiori gruppi industriali che producono armi fatturano negli Stati Uniti (57% del commercio del settore). Nella top five mondiale il primo, secondo, terzo e quinto posto li occupano quattro imprese statunitensi (Lockheed Martin, Boeing, Reytheon, Northop Grumman).

Gli Stati Uniti sono il Paese dove si produce e si arma la guerra fin già da metà ’800 con prove tecniche contro i messicani a Sud e i nativi al proprio interno.

La loro è una tradizione violenta e colonialista, identica ai precedenti padroni espansivi europei, che si allargavano in armi distruggendo e cancellando culture autoctone.

Fonte: cuori-ribelli.it

Di EG

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