Ancora sul conflitto ucraino

La pace totale

Certo uno può pensare che se i russi non fossero entrati in Ucraina con l’intenzione di denazificare il Paese, i neonazisti non se la sarebbero presa contro la loro stessa popolazione. Ma sarebbe come dire che non bisogna rivendicare un aumento dei salari, poiché ciò farebbe aumentare i prezzi dei beni di consumo.

È assurdo pensare che chi sfrutta e opprime diventi migliore o meno crudele se non gli si dà fastidio. La guerra civile in Ucraina esiste sin da quando una fetta della popolazione ha rifiutato il golpe del 2014. Chi nega questa evidenza è perché sta dalla parte dei golpisti.

Semmai la domanda è un’altra: perché i separatisti del Donbass non sono riusciti a difendersi da soli contro i neonazisti, ma hanno avuto bisogno di chiedere aiuto militare alla Russia? La risposta è molto semplice: perché gli USA e altre potenze occidentali finanziano, armano e addestrano i neonazisti sin dalla rivoluzione arancione del 2004. Esiste un’ingerenza straniera in Ucraina che non solo ha favorito quella rivoluzione borghese e il successivo golpe nazista, ma ha pure condizionato la formazione dei governi, l’amministrazione delle istituzioni, la gestione delle forze armate.

Lo scopo di questa continua ingerenza occidentale è sempre lo stesso: destabilizzare la Federazione Russa, indebolirla, indurla a una guerra contro la NATO, privarla delle sue immense risorse naturali. La NATO, la UE e gli USA è dal 1991 che cercano in varie maniere di staccare dalla ex URSS o comunque dall’ideologia antiliberista e unipolare territori sempre più grandi, vere e proprie nazioni.

Ma forse esiste un’altra domanda ancora più urgente da porsi: visto che la Russia dispone di mezzi nucleari in grado di riportare le nazioni europee all’età della pietra, qual è la maniera per creare un clima di reciproca fiducia? Per eliminare progressivamente tutte le armi nucleari esistenti dall’Atlantico agli Urali, occorre che le armi abbiano solo una funzione difensiva, non offensiva. Le armi non devono essere così potenti da impedire alla controparte una qualunque reazione. La sicurezza o è reciproca o non esiste. E se non esiste, la ricerca di armi sempre più potenti o sofisticate diventa inevitabile. Non ci può essere equilibrio nel terrore ma solo nel disarmo reciproco, soprattutto a partire da quello nucleare.

I russi in Mali

La sceneggiata di Bucha, organizzata dagli inglesi e dai neonazisti, che hanno ammazzato persone reali, i francesi l’han ripetuta in aprile nei pressi di una loro ex base militare a Gossi, nel Mali (Africa occidentale). E sempre allo scopo di accusare i russi, individuati nel Gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare privata, non rappresentativa del proprio Paese di provenienza. “La Repubblica” ovviamente ha sposato la tesi francese.

Abubakar Sidiki Fomba, membro del Consiglio nazionale del Mali (che è di transizione, essendoci stato un golpe un anno fa), ha però dichiarato che il contingente francese di 5.000 uomini sta cercando di nascondere le fosse comuni nel Paese, per le quali è il solo responsabile. I corpi (un gruppo di pastori) sono stati trovati due giorni dopo che le forze francesi avevano lasciato la base, ma un’indagine preliminare dell’esercito maliano ha dimostrato che, in base allo stato di decomposizione, la fossa comune esisteva ben prima della consegna francese della struttura all’esercito governativo.

I già tesi rapporti tra le due capitali, Parigi e Bamako, sono alle stelle. Il governo maliano rinuncerà a qualunque accordo militare con la Francia, anche perché non è mai servito a sconfiggere il terrorismo jihadista: di qui l’esigenza di rivolgersi al Gruppo Wagner. La Russia torna ad essere apprezzata in Africa come al tempo in cui si chiamava Unione Sovietica.

La Francia è seriamente preoccupata per la perdita della sua influenza in Mali (e più in generale su tutta l’Africa occidentale), poiché non riesce a rinunciare al proprio passato colonialismo. Il Mali è stato soggetto al giogo coloniale francese dalla fine dell’800 fino a quando furono firmati gli accordi post-coloniali nei primi anni ’60. Che poi di “post-coloniale” non avevano proprio niente, in quanto la Francia ha continuato a sfruttare le risorse naturali del Paese africano e a impedirgli di avere una sovranità monetaria: la moneta esistente è il Franco CFA, creata per impedire a 14 Paesi africani di averne una in proprio.

Fonte: lindipendente.online

Prossimo conflitto in Serbia?

Leonid Savin su “geopolitika.ru” scrive articoli interessanti. L’ultimo è dedicato agli strumenti di persuasione di cui dispongono gli Stati Uniti per convincere i Paesi ad appoggiare la loro linea anti-russa.

Le pressioni vengono esercitate non solo tramite le relazioni bilaterali, ma anche, a dispetto del diritto internazionale, attraverso organizzazioni mondiali subordinate come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

Questo spiega perché così tanti Paesi in via di sviluppo siano nella lista degli Stati che hanno votato contro la Russia all’ONU. Il rischio per loro è quello di non ricevere più crediti dai suddetti istituti finanziari.

Anche la Serbia, storica amica della Russia, è stata costretta a cedere a tali minacce, pur non approvando alcuna sanzione. Poi il presidente Aleksandar Vučić si è dovuto giustificare. D’altra parte la Serbia è completamente circondata da Paesi filo-occidentali e non è neppure in grado di controllare il Kosovo, sua patria spirituale.

L’autore sostiene che anche questa situazione è piuttosto anomala, e che Belgrado ha giudicato molto negativamente la decisione del governo inglese di consegnare sistemi missilistici anticarro Javellin e missili guidati anticarro NLAW alle autorità di Pristina.

I kosovari infatti vengono considerati “terroristi” dai serbi: non a caso la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU impedisce loro d’avere un esercito.

I serbi temono quindi che il contingente NATO KFOR (di circa 3.500 militari forniti da 27 nazioni), insediatosi nel 1999, stia facendo di tutto per far entrare nella NATO, in funzione anti-serba, sia la Bosnia-Erzegovina che il Kosovo.

Insomma, dopo il conflitto ucraino si rischia di aprirne un altro più vicino a casa nostra. E anche questa volta sarà impossibile impedire alla Russia d’intervenire, visti i legami plurisecolari coi cugini della ex Jugoslavia.

Non dimentichiamo che l’indipendenza del Kosovo, proclamata nel 2008, è riconosciuta solo da 98 Stati dell’ONU (su 193). Per non parlare del fatto che in Bosnia-Erzegovina la Repubblica Srpska (49% del territorio, mentre il 51% appartiene alla Federazione Croato-Musulmana) da tempo chiede (dato che la sua popolazione è serba all’85%) di essere annessa alla Serbia. E quest’ultima, di recente, è stata abbondantemente armata dalla Cina, tanto da diventare il primo operatore di missili cinesi in Europa.

Fonte: geopolitika.ru

Attenzione a trovare lo slogan giusto

Lo slogan “Contro Putin e contro la NATO” non è la versione più equilibrata dell’altro slogan: “Tutta la colpa è della NATO”. Ma è proprio uno slogan sbagliato. Così come è sbagliato circoscrivere il conflitto alla divisione semplicistica: “C’è un aggredito e un aggressore”.

Queste sono tutte definizioni (per lo più giornalistiche) che con la storia non hanno nulla a che fare e che riflettono solo l’ignoranza delle cause politiche che hanno generato il conflitto. Al massimo rientrano in una visione moralistica della vita, quella che condanna la guerra in sé (senza chiedersi se è offensiva o difensiva, se è di occupazione o di liberazione), quella visione cioè che in una trattativa di pace vera e propria potrebbe soltanto sperare nella magnanimità di chi ha avuto la meglio sul campo di battaglia o nello spirito di rassegnazione di chi è uscito militarmente sconfitto, e che però non saprebbe trovare una effettiva risoluzione ai problemi di fondo. Come se non si sapesse che non c’è mai vera pace senza vera giustizia (vedasi, a titolo esemplificativo, il conflitto tra Palestina e Israele).

Questo per dire, fuori dai denti, che la colpa non è solo della NATO, ma anche dell’ONU e soprattutto della UE, i quali non solo non hanno fatto nulla per far rispettare i due Accordi di Minsk e impedire la guerra civile nel Donbass, ma hanno anche attivamente o passivamente permesso la formazione e lo sviluppo delle frange ultranazionalistiche dell’Ucraina, che a un certo punto hanno pervaso tutti i gangli vitali del potere politico, amministrativo e militare, compiendo nei confronti dei russofoni e soprattutto dei filorussi delle discriminazioni e persino delle efferatezze letteralmente disumane, talmente evidenti che chi provasse a negarle o anche solo a minimizzarle, passerebbe, oggettivamente, a prescindere dalle sue intenzioni, per un filo-nazista.

Un’idea davvero tendenziosa?

Davvero è tendenziosa l’idea secondo cui se non ci fosse stata all’origine la malefica iniziativa occidentale (cioè la NATO che “abbaia” sempre più alle porte del Cremlino), la Russia se ne sarebbe stata buona senza dar noia a nessuno? Davvero è sbagliato affermare che, siccome si è sentita minacciata nella sua esigenza di sicurezza, la Russia non ha potuto fare altro che difendersi?

Siamo proprio sicuri che questa giustificazione all’intervento armato vada considerata inopportuna o infondata? Oppure dobbiamo ammettere che quando le parole non servono (ogni volta che le minoranze russe all’estero vengono pesantemente perseguitate), alla fine non restano che le armi?

Molti russofobi sostengono che la Russia agisce in maniera brutale troppo facilmente, come ha già fatto in Cecenia, Georgia, Kazakistan, ecc.

Tuttavia i suoi tempi di reazione non possono certo essere considerati immediati o veloci. Con l’Ucraina ha atteso ben 8 anni, in cui, nel frattempo, i neonazisti di Kiev han permesso di eliminare brutalmente 14.000 russofoni del Donbass. Peraltro quando mai l’occidente ha imposto sanzioni contro gli Stati che perseguitavano le minoranze russe all’estero? Quando mai si è fatto sentire l’ONU per far rispettare il diritto internazionale a favore di questa minoranza o della sua autodeterminazione popolare?

Insomma, lo vogliamo ammettere che se non viene applicato il diritto a favore della Russia, come di qualunque altro Stato che ne abbia titolo, è del tutto naturale che ad un certo punto si finisca con l’usare la forza?

Un po’ di sano realismo non guasta mai

Davvero è sbagliato pensare che le distruzioni e le stragi in Ucraina non crescerebbero di giorno in giorno se l’aiuto occidentale non prolungasse di continuo la guerra? Davvero è vergognoso sostenere che se smettessimo di armarli, sarebbero costretti ad arrendersi, ponendo così fine alla guerra? È forse necessario pretendere che gli ucraini si comportino come dei votati al suicidio? È forse opportuno continuare a illuderli sull’esito della guerra?

Non dico che l’Ucraina è obbligata dal destino e dalla geopolitica a essere riassorbita nella Federazione Russa e che quindi è meglio per tutti che ciò avvenga prima di altri disastri e imprevedibili allargamenti del conflitto. Dico semplicemente che se l’Ucraina si fosse comportata in maniera democratica, rispettando le esigenze di sicurezza militare della Russia, a quest’ora non ci sarebbe alcun intervento armato. E ora che questo c’è, il destino del Paese è segnato: o la NATO interviene con le proprie truppe e la propria aviazione (e non più solo con la propria intelligence e i propri finanziamenti), oppure Kiev non ha scampo. Qualcuno ha detto che armare un esercito ormai ridotto all’osso è come riempire di nuove dosi un drogato.

I russi ci metteranno tutto il tempo che riterranno opportuno, ma alla fine imporranno una divisione in due dell’Ucraina, per impedire la reiterazione delle persecuzioni antirusse.

Di EG

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