Ancora sul conflitto ucraino

Da Poroshenko a Zelensky

Alle elezioni presidenziali del 2019 Zelensky non vinse tanto per meriti propri (era solo un attore comico e non sapeva nulla di politica), quanto perché il governo di Poroshenko era considerato fallimentare.

Stando a varie indagini compiute nel suo Paese, dal 60 al 70% degli ucraini voleva porre fine alla guerra civile nel Donbass, non con un’azione di forza ma tramite un negoziato (il rispetto degli accordi di Minsk). Inoltre considerava la corruzione delle istituzioni qualcosa di molto preoccupante.

Tuttavia il governo criminale e filonazista di Poroshenko soffiava sul fuoco della guerra civile e su un’alleanza sempre più stretta con gli USA. Lui stesso era un oligarca corrotto.

Se non fosse stato così, Zelensky, che prometteva di lottare contro la corruzione, di sanare la situazione del Donbass e di superare l’esagerata russofobia alimentata da Poroshenko, non avrebbe vinto. Da notare che la vittoria dipese anche dal fatto che Kiev impedì di votare ai 3 milioni di ucraini del Donbass che si erano rifugiati in Russia a causa della guerra civile.

Appena eletto però Zelensky si rese subito conto che non avrebbe potuto far niente, né verso i neonazisti né verso le ingerenze americane. Si adattò subito a svolgere la parte del burattino, ovviamente dietro congruo compenso. Per lui la politica non era che un modo di guadagnare di più rispetto alla carriera televisiva: si trattava soltanto di continuare a recitare in forme e modi diversi. Un po’ come fece Reagan, considerato ancora oggi dagli americani un grande presidente.

Già oggi Zelensky viene ammirato per il suo coraggio, per il suo eroismo e patriottismo, quando invece è un irresponsabile che sta mandando alla rovina il suo Paese e al macello un’infinità di concittadini. Non solo non ha mai condannato l’operato dei neonazisti (anzi l’ha esaltato), ma ha pure cercato di convincere il mondo intero che l’intervento russo meritava di far scoppiare una guerra mondiale. A questo punto è difficile dire che Poroshenko abbia fatto più danni di lui.

Negando l’evidenza, Poroshenko aveva sempre sostenuto che il conflitto nel Donbass fosse dovuto all’arrivo nella regione di truppe d’occupazioni russe, continuando a definire i russi “occupanti” e la Russia “Paese-aggressore”. Pur essendo nativo della regione di Odessa, lui ignorò pervicacemente il fattore identitario delle popolazioni russo-etniche presenti a est del Dnepr, né ha mai cercato di capire le ragioni delle loro istanze di autodeterminazione. Anzi ha sempre cercato di trasformare l’Ucraina, per sua natura multietnica e ampiamente russofona, in un Paese appiattito etnicamente e linguisticamente sulle rigide posizioni del nazionalismo ucraino di matrice galiziana, dove infatti la sua politica otteneva grandi consensi.

Anche il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Kurt Volker, era convinto che la guerra civile nel Donbass fosse sacrosanta, soprattutto in funzione antirussa.

Poroshenko non era amato dalla maggioranza degli ucraini, e neppure chi lo precedette alla presidenza, Viktor Jushenko, frutto della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004, pur questa sostenuta dagli USA.

Probabilmente se Putin non fosse intervenuto militarmente, anche Zelensky avrebbe fatto la stessa fine di Poroshenko. È stato Putin, in un certo senso, a trasformare il burattino in un eroe. Putin però sapeva bene che Zelensky stava organizzando l’attacco militare decisivo contro le due repubbliche del Donbass e contro la Crimea, dopodiché l’Ucraina sarebbe entrata nella NATO, che avrebbe puntato i suoi missili su Mosca. Era una minaccia troppo grande per non reagire con prontezza.

L’omicidio di Aleksandr Zakharchenko

Il 31 agosto 2018, in un ristorante nel centro di Donetsk, fu assassinato il capo della Repubblica Popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharchenko. Non si è mai saputo materialmente da chi. Di sicuro era coinvolto come mandante il capo del controspionaggio ucraino, secondo quanto disse l’ex vice della Rada Ilya Kiva. Anche un agente dei Servizi di Sicurezza dell’Ucraina, arrestato dopo l’attentato, testimoniò che il dispositivo esplodente, realizzato con tecnologie avanzate, era stato installato su ordine delle autorità di Kiev.

Si sospettò che CIA e FBI avessero armato i Servizi di Sicurezza con ordigni di nuova generazione. D’altronde CIA e FBI erano presenti a Kiev, nell’edificio SBU, dove erano appese le bandiere degli Stati Uniti sin dal 2014.

Zakharchenko, oltre ad essere il capo carismatico della DNR, era anche il firmatario degli accordi di Minsk volti a risolvere il conflitto nel Donbass. Il suo assassinio eliminò quindi il garante di questi accordi, almeno dalla parte della DNR. D’altra parte nessun punto di quegli accordi venne rispettato da Kiev: riforma costituzionale, ripristino del pagamento delle pensioni agli abitanti delle repubbliche, elezioni, amnistia, concessione di garanzia sulla consegna di aiuti umanitari, ecc. La presidenza di Poroshenko era semplicemente criminale.

L’assassinio di Zakharchenko è stato paragonato a quello dei due comandanti militari della DNR: Motorola (Arsen Pavlov) e Givi (Mikhail Tolstykh): lo stile e la regia erano simili.

Tuttavia, come la milizia della DNR non si era indebolita dopo la morte dei noti comandanti sul campo, così la Repubblica non era collassata dopo la morte di Zakharchenko.

Mosca non intraprese azioni immediate, così come non lo fece in occasione della strage nella Casa dei Sindacati a Odessa nel maggio 2014.

La DNR non diventò un territorio in preda a una guerra tra gang criminali in lotta per la conquista del potere. Non si voleva giustificare un intervento militare di Kiev per riportare l’ordine e rendere sempre più difficile la realizzazione degli accordi di Minsk. Cosa che invece avrebbe voluto Poroshenko, che stava iniziando la sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2019, vinte poi da Zelensky.

Il 2 di settembre ai funerali di Zakharchenko nel centro di Donetsk sfilarono più di 120.000 persone. Il terrorismo di stato non aveva conseguito il suo obiettivo, anche se l’occidente non mosse un dito contro Kiev.

Oltre la guerra civile quella religiosa

In Ucraina fino al 2018 erano presenti non due ma tre rami dell’ortodossia religiosa:

1. la Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca;

2. la Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Kiev;

3. la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina.

La seconda (autofondata da Filarete nel 1992 col sostegno dell’allora presidente ucraino Leonid Kravchuk) e la terza (autofondata dal Direttorio della Repubblica Popolare dell’Ucraina nel 1921) non sono mai state riconosciute dal Patriarcato di Mosca.

Alla fine del 2018 la seconda e la terza Chiesa si sono unite, dando vita alla nuova Chiesa ortodossa dell’Ucraina, sempre disconosciuta dal patriarcato di Mosca, ma non da quello di Costantinopoli, il cui patriarca,Bartolomeo,la giustificò sulla base di presunte rivendicazioni territoriali, quelle stesse però che lui non riconosce alla Chiesa autocefala americana.

Il vero motivo di questo riconoscimento era che Bartolomeo pretendeva un controllo sulla Chiesa ortodossa ucraina, annullando i vincoli della storica lettera del 1686, con cui si conferiva al solo patriarca di Mosca il diritto di nominare il metropolita di Kiev.

Naturalmente il presidente ucraino Poroshenko fu molto soddisfatto di quella decisione, poiché offriva un tassello in più per staccarsi da Mosca. Lui stesso approvò i disegni di legge anti-ecclesiastici n. 4128 e n. 5309, la cui attuazione autorizzava l’esproprio dei luoghi di culto alla Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca (ce ne sono quasi 12.000), la quale verrà anche privata della sua denominazione, nonostante rappresenti l’unica struttura canonica nel Paese.

Nel Paese non vi era quindi solo una guerra civile nel Donbass ma anche una guerra di religione in tutta la nazione, non basata su questioni dogmatiche bensì giurisdizionali.

Da notare che il patriarca di Mosca detesta quello di Costantinopoli, in quanto non accetta la sua pretesa autorità primaziale sul resto dell’ortodossia, cioè il fatto che si comporti, sul piano gerarchico e amministrativo, come un pontefice romano.

Si profila una tragedia alimentare

L’isola dei Serpenti è importante per il governo di Zelensky, perché per suo tramite può ricavarci delle tangenti dalla vendita dei cereali (grano, mais e semi oleosi). Si parla di 30-40% del valore totale, che va da 20 a 45 milioni di tonnellate. C’è già chi pensa che Zelensky abbia deciso di organizzare un vero e proprio Holodomor in Ucraina, in previsione del fatto che la sconfitta militare è inevitabile, per cui cerca di fare più soldi possibile su tutto.

Biden parla di 20 milioni di tonnellate, ma probabilmente si riferisce al quantitativo che intende portare negli USA, per poi rivenderlo a prezzi di molto superiori. Non sa però come trasferirlo. Per mare sembra quasi impossibile (la flotta russa e le mine ucraine lo impediscono), e per ferrovia (passando per la Polonia) sarebbe un’operazione lunghissima e non meno rischiosa.

La capacità massima di un treno merci è stimata in 1,1 milioni di tonnellate di grano e in 250.000 tonnellate di olio di girasole al mese. A un ritmo del genere per 20 milioni di tonnellate ci vorrebbe troppo tempo. L’occidente ha bisogno di cereali per l’inizio dell’estate, poiché teme che successivamente il grano non possa più essere esportato a causa dell’acutizzarsi del conflitto ed eventualmente del blocco totale del porto di Odessa.

Intanto la guerra ha già fatto perdere all’Ucraina circa il 40% dei campi di grano, il 50% dell’orzo e tutti i porti per l’esportazione dei cereali. Andando avanti così, il Paese perderà anche il raccolto di mais e di colza, nonché la via di esportazione su strada verso la Romania e la Moldavia. Alla fine saranno costretti a importare grano statunitense per mangiare.

L’ONU ha già lanciato un appello alla Russia con la richiesta d’incontrarsi a metà strada per prevenire la carestia in Africa. Ma sappiamo bene che l’occidente, più che dell’Africa, è preoccupato di se stesso e del profitto che può ricavare rivendendo una merce che al momento gli costerebbe pochissimo.

Insomma mentre i combattenti di Bandera muoiono per avere l’opportunità di far morire di fame mezza Ucraina, portando all’estero tutti i cereali, i soldati russi, bloccando i porti, salvano gli ucraini da una nuova carestia.

E comunque il blocco dei cereali russi e ucraini dettato dal conflitto in corso e dalle sanzioni causerà per forza l’aumento dei prezzi (già adesso ci vogliono 438 euro per una tonnellata di grano nel mercato europeo) e la scarsità di queste materie prime in Paesi non esattamente floridi, come Pakistan, Yemen, Libano, Egitto, Libia, Algeria e Tunisia si farà parecchio sentire. Le brusche impennate dei prezzi hanno già causato rivolte spontanee in diversi Paesi, fra i quali Kenya, Iran e Libano. In Africa e Medio oriente vi sono Paesi che dipendono al 100% dal grano ucraino.

D’altra parte tutti gli Stati extraeuropei, che pur vantavano una dignitosa produzione di beni alimentari di prima necessità per il consumo interno, sono stati indotti dai vari fondi monetari e banche mondiali a produrre per l’export, diventando dipendenti dagli altri per materie che prima producevano da sé. Questa follia produce innescherà un esodo di massa verso l’Europa, dove le generazioni nate nel dopoguerra non hanno mai conosciuto la fame.

L’India, che rappresenta il secondo produttore mondiale, ha annunciato il divieto, salvo eccezioni, di export di grano, temendo di non poter far fronte a esigenze interne. Oltre 1,8 milioni di tonnellate di grano sono bloccati nei suoi porti.

In Italia un’impresa agricola su 10 e 3 aziende agroalimentari su 10 sono costrette a chiudere perché non riescono a far fronte agli aumenti dei costi di produzione, che non riguardano solo quelli energetici, ma anche quelli delle materie prime alimentari.

Solo Di Maio non vede questi problemi catastrofici.

Fonte: comedonchisciotte.org

Di EG

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