Criticare l’islam o le sue deviazioni?

Nello scorso dicembre, con 219 voti a favore e 212 contrari, la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato il Combating International Islamophobia Act. Il disegno di legge, proposto dalla deputata musulmana Ilhan Omar, prevede la creazione di un ufficio per combattere l’islamofobia nel mondo e incarica il Dipartimento di Stato d’includere i dati sui casi di islamofobia nei report sui diritti umani.

La giornalista di origine iraniana Masih Alinejad sostiene però che, siccome in quel ddl non è stata data una definizione chiara di islamofobia, si finirà con l’ottenere l’effetto contrario.

In che senso? Nel senso che bisognerebbe avere il coraggio di sostenere che esiste islamofobia non solo nei confronti di ciò che subiscono gli uiguri in Cina o i rohingya in Myanmar, ma anche nei confronti di ciò che subiscono le donne soggette a leggi che si rifanno alla sharia. Molti Stati islamici sono terroristici nei confronti della loro stessa popolazione.

La suddetta giornalista ha affermato che “I regimi che promuovono ideologie islamiste, come quelli iraniano, turco o saudita, hanno eserciti di consulenti e lobbisti ben pagati che possono usare i diritti e le libertà che questi Paesi offrono per minare i princìpi che sostengono quegli stessi diritti e libertà”. Criticarli si corre forse il rischio d’incorrere in una forma di islamofobia?

A questa giornalista vorrei dire tre cose:

1) dare una definizione esatta di un crimine che non riguarda solo il campo giudiziario ma anche quello culturale e valoriale è impossibile, poiché la realtà sarà sempre molto più complessa, impossibile da ingabbiare in definizioni astratte, che per giunta sono formulate nel solo mondo occidentale;

2) si possono fare tutte le critiche che si vogliono, ma in definitiva devono essere i popoli a emanciparsi liberamente, sulla base di percorsi autonomi, che non possono essere imposti da nessuno;

3) pensare che gli Stati islamici, solo perché si basano su princìpi medievali, siano più antidemocratici di quelli che si basano sui princìpi borghesi, è solo una congettura che va dimostrata in maniera contestuale, affrontando caso per caso.

Indubbiamente la Alinejad è stata molto coraggiosa a sfidare il suo Paese riguardo all’obbligo per le donne di portare il velo. Ma questo non può significare che esistono Paesi che in sé sono democratici e altri no.

Di EG

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2 commenti

  1. Ancora una volta la democrazia occidentale (con tutti i suoi difetti) si rileva molto molto superiore (eticamente e praticamente) degli altri sistemi politici. Infatti nei paesi in cui vige questo ordinamento politico tutto (o quasi) si può discutere e modificare.
    Sono convinto che Cina e, in minor misura, Russia siano molto pericolosi nelle loro derive “imperialistiche” senza che i loro abitanti possano manifestare una reale opposizione e nemmeno mettere in discussione le scelte dei loro “capi” (leggi: dittatori).
    Grazie.

    1. Secondo me in tutto il mondo si cerca di imitare i nostri sistemi occidentali, soprattutto sul piano economico e finanziario. Siamo noi che dettiamo legge nel mondo. Le differenze sul piano politico dipendono solo dalle tradizioni culturali.

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