Dietro la rivolte in Kazakistan la manina degli americani?

Che succede in Kazakistan? Bisognerebbe chiederlo agli Stati Uniti, che infatti vogliono a tutti i costi che si rompa l’asse strategico Mosca-Pechino. Non a caso il Paese (in cui la penetrazione nordamericana è più forte che altrove) confina con entrambi.

Al momento il Paese rimane uno dei principali alleati di Russia e Cina, tant’è che Putin è subito venuto in soccorso al premier Tokayev, facendo valere il Trattato di Sicurezza Collettiva stipulato 30 anni fa dalla Russia e dalle cinque ex repubbliche sovietiche (Armenia, Bielorussia, Kyrgyzystan, Tajikistan e Kazakistan).

La cosa strana è che mentre molti Paesi islamici dell’Asia Centrale han perso interesse nei confronti degli Stati Uniti (ritenuti non più indispensabili a controbilanciare l’influenza russa e cinese), preferendo per affinità culturale la Turchia, il Kazakistan invece è rimasto ancorato agli Stati Uniti.

Infatti le compagnie americane gestiscono il 30% del petrolio kazako (che conta per il 44% delle entrate statali). La quota cinese è del 17%, mentre quella russa è solo del 3%. Il che però non vuol dire che i maggiori scambi commerciali siano con gli USA; anzi in questo momento quelli con la Cina sono superiori a tutti, mentre quelli con la Russia sono alti per le armi che il Paese riceve.

Tuttavia né a Mosca né a Pechino piace che il Kazakistan tenga annualmente, sin dal 2003, esercitazioni militari congiunte con la NATO. E men che meno piace che il Paese abbia consentito agli Stati Uniti di riaprire alcuni laboratori biologici di Almaty e Otar (vicino ai confini con la Russia e la Cina). Siccome l’americana Defense Threat Reduction Agency possiede laboratori simili in 25 Paesi, l’accusa è quella che si stiano sviluppando nuove armi biologiche. Infatti i gestori dei programmi militari sono costituiti da società private non direttamente responsabili di fronte al Congresso USA.

Da cosa nascono le proteste di questi giorni?

Nascono non solo dell’aumento esponenziale del prezzo del carburante, ma anche dai licenziamenti di massa attuati dalla gestione “occidentale” dell’industria petrolifera e della politica economica improntata su modelli neoliberisti. Non a caso il 70% della produzione petrolifera kazaka viene destinato all’Occidente.

Vedi eurasia-rivista.com

Di EG

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